
Una pistola per due
Argos. Edgware Road, 2001, Londra.
“Mi piace quella. The big one.”
La collana d’oro era di quelle da boro larghe almeno un dito, tipo catena di bicicletta. Alex Polidoro, nato a Padova il 15/6/1969, rapinatore di banche, latitante.
“Che cazzo te ne fai di una catena del genere?” gli chiese Benelli. “Cioè, voglio dire, non è che mi voglio fare i cazzi tuoi ma dovresti fare attenzione a come spendi i soldi”
Marco Benelli. Nato a Milano il 14/7/1972, laureando, fancazzista.
“Ce li ho i soldi. Sono in Italia. Basta andare a prenderli”.
Ma che ci faceva il Polidoro in Edgware Road, zona 1, da Argos?
E che ci faceva Benelli a Londra?
Una serie di vicissitudini finanziarie avevano portato Benelli via dall’Italia. Serviva almeno un anno, per liberarsi dei creditori più insistenti e Benelli aveva pensato di far sparire le proprie tracce andando in un Paese straniero. Intanto faceva qualche reportage fotografico per una rivista di piante e fiori. Benelli si ritrovò Polidoro sotto casa con una valigia in mano una mattina di ottobre. Era un amico del suo coinquilino, Franco, un ex skinhead ora cuoco omosessuale che si divertiva a travestirsi da donna organizzando improponibili sfilate di queers nel salotto. Prima Franco girava pure nel parco sotto casa truccato come una baldracca, ma da quando una banda di ragazzini l’aveva riempito di botte tentando di infilargli nel culo una mazza da baseball, aveva rinunciato al suo voyeurismo, relegandolo all’interno delle quattro mura di casa, al riparo da sguardi indiscreti e mazzulatori della notte.
Alex Polidoro, ma il suo vero nome era Andrea, scappò non appena venne rilasciato per decorrenza dei termini in attesa del processo. Una carta di identità falsa, il primo Eurostar diretto a Parigi e da lì a Londra, ed il gioco era fatto.
L’uomo sembrava un orco. Il suo aspetto non era dei più rassicuranti: una stazza da lottatore di sumo e svariati tatuaggi, collo compreso, lo rendevano simile ai personaggi del sottoproletariato urbano di Londra. Criminali, sfruttatori, skinhead, emarginati, alcolizzati. O tutto questo insieme. Ma il problema principale per Polidoro non erano i tatuaggi, che li avevano tutti, sbirri compresi. E’ che non sapeva una parola di inglese. Quindi bisognava accompagnarlo per qualsiasi cosa: dalla ricerca di un lavoro alla spesa al supermercato, dal baracchino delle sigarette al pub. Ed era una corsa contro il tempo. Perché Polidoro era partito con pochi soldi in saccoccia convinto di potere trovare una rete di conoscenze che gli avrebbero permesso di trovare una sistemazione adeguata nella capitale inglese. Appena arrivato si era reso conto in poco tempo che la tanto paventata solidarietà, che quelli del suo giro gli avevano fatto intendere, era una completa fregatura. Senza soldi, senza sapere la lingua, per Polidoro la latitanza presto si trasformò da libertà in schiavitù. 
Così un giorno, quando ormai le sterle si erano quasi ridotte all’osso, propose a Benelli il recupero di una grossa somma che, a suo dire, era custodita in un campo zingari alla periferia di Padova. Soldi suoi, beninteso, solo che lui non poteva, vista la situazione, andare personalmente a prendere. Si trattava di una somma intorno ai cinquanta milioni che questo capozingaro gli aveva tenuto da parte.
“E’ un lavoretto facile” disse un giorno Polidoro. “Devi soltanto andare in Italia e poi tornare indietro con la grana. Di te mi fido”
“Sì? E se scappassi con i soldi? Chi te l’ha detto che tornerei indietro se avessi cinquanta testoni in tasca?”
“Torni torni. Lo so che non mi freghi”
“Vabèh. Diamola per buona che torno. Ma chi mi garantisce che questi non mi ficcano un coltello nello stomaco appena esco dal campo riprendendosi i soldi?”, gli rispose Benelli.
L’ipotesi non era tanto buttata là per caso. Quando Marco era ragazzino, in mezzo ai casermoni popolari di Corsico, l’aveva visto fare più volte quel giochetto: si vendeva una partita di qualche chilo di hashish, per poi rapinare i malcapitati poco distante dallo scambio. Era un giochino rischioso e andava fatto sapendo prima chi erano gli acquirenti, perché c’era sempre il rischio di andare a toccare qualcuno di pesante. E di morire.
Andrea Polidoro. Un nome, una garanzia. Lo vennero a prendere la notte del 3 marzo 1999 a casa sua. Il suo “socio” era stato beccato nel tentativo di incassare un assegno rubato durante una rapina ad una banca. Un errore da principianti che nessun criminale di livello avrebbe mai fatto. Il perché il socio di Polidoro lo fece, neanche Polidoro sa spiegarselo.
Alex e il socio si erano specializzati nelle rapine alle casse continue. Il meccanismo per l’apertura delle casse era semplice quanto rumoroso: si collegava una bombola di gas sigillandola alla cassa continua. Quando il gas riempiva l’interno della cassa di sicurezza, faceva esplodere la cassa continua. A volte oltre a far saltare la porta, bruciavano anche i soldi. I nuovi modelli che fornivano alle banche però, erano provvisti di sfiatatoi. La storia del gas non serviva più ad un cazzo, quindi.
Così Polidoro dovette ripiegare sulle rapine ‘classiche’.
Se entri in una banca con le armi spianate, però, cambiano i reati e il corrispondente numero di anni che si prendono se la pula ti arresta. Così Polidoro pensò bene di sparare anche ad una guardia, durante la rapina alla Banca Nazionale del Lavoro. La centrò ad un ginocchio. Giusto per tenerla tranquilla. E giusto per arrotondare la pena nel caso fosse stato preso.
La storia del campo zingari si perde in mezzo alle sue tante storie di vita. Un novello Ghino di Tacco, un criminale gentiluomo, un artista della rapa. Come quella al Mc Donald di Padova: una rapina stile ‘Point Break’, soltanto che le maschere utilizzate non erano quelle dei presidenti statunitensi, ma quelle di due scoiattolini della Disney: Cip e Ciop. “I banditi scoiattolo” li soprannominarono nei numerosi articoli di giornale. Grazie alla cazzata dello stolto socio di Polidoro, la pula arrivò presto anche a lui. E il socio non si limitò a farsi beccare. No, vuotò tutto il sacco non appena finì in questura. Nomi, cognomi, rapine. Qualsiasi cosa gli avesse permesso di scalare qualche numero dal cifra del montepremi, lui l’avrebbe fatta.
E naturalmente Alex diventò una sorta di pattumiera del reato Quando i pulotti arrivarono in casa all’alba, sembravano teleguidati. Sapevano dove mettere esattamente le mani senza buttare tutto all’aria e sfasciare materassi e mobili. Arrivarono anche alle armi e all’esplosivo che Alex teneva sotto le piastrelle della lavatrice.
Per tirare su qualche soldo in attesa di tempi migliori, Benelli e Polidoro organizzarono un giro di sigarette di contrabbando. Il loro uomo era un grasso arabo di nome Abdel che stava tutto il giorno a giocare a carte al “Caffè nero” di Edgware road. Stabilito il contatto, l’arabo chiedeva di quante stecche avevano bisogno e poi si allontanava per andarle a prendere. Facevano il pieno di Marlboro e Camel provenienti da Dubai e altri duty free degli aeroporti: Amman, Casablanca, ogni capitale era buona. Le sigarette poi finivano in alcuni ostelli gestiti da italiani. Certo era un giro piccolo, poca cosa, ma intanto permetteva loro di fumare gratis, che in Inghilterra vuol dire qualcosa, visto il costo di un pacchetto di sigarette. Una piccola parte di guadagno comunque se la facevano. Ma questo non permetteva loro di vivere. Per riuscire a stare a galla, in una città come Londra, servivano almeno duecentocinquanta sterle a settimana. A Benelli il contratto con la rivista di piante e fiori ‘Eucalyptus’, rendeva si e no un duecento sterline a servizio. Se ti vuoi togliere qualche sfizio tipo un paio di pinte in più e il sabato sera a cena fuori, devi arrivare a trecento. Nel frattempo casa Benelli era diventata una succursale del pub che stava dall’altra parte della strada. Polidoro aveva comprato freccette e bersaglio e così passavano i pomeriggi a bere birra da discount presa al Tesco e a fare partitelle a freccette. Polidoro dimostro ben presto una innata capacità di centrare il rosso, segno che la mira presa a sparare durane i colpi a qualcosa gli era servita. Impara l’arte e mettila da parte, dice un proverbio. Forse era il caso di lanciarlo in qualche torneo serio dove frusciavano anche le banconote di Her majesty the Queen. Forse.
Dopo un paio di settimane incominciarono ad andare all’ufficio di collocamento. In Inghilterra il sistema funziona meglio rispetto a quello italiano. Si può dire anche che in Italia il collocamento non funziona. Nel Regno Unito invece, il servizio è affidabile e concreto. Alla fine gli trovarono un lavoro a tutti e due: lavapiatti in un grande albergo. L’Hilton London Metropole. Un gigantesco albergo che stava d’angolo tra Edgware Road e . Un cazzo di palazzo immenso, frequentato dai migliori figli di puttana del jet set internazionale e da torme di turisti americani. Ma loro tutto questo non lo vedevano. Per andare a lavorare si entrava da una porta con la serratura elettronica posta sul retro dell’edificio. Le cucine erano qualcosa di fenomenale. Dovevano lavorare per i tre ristoranti dell’albergo. Era qualcosa di infernale: pentoloni giganteschi che per lavarli si doveva entrare dentro con uno spazzolone e la canna dell’acqua. Sembrava di stare in una cazzo di catena di montaggio. Il lavoro diventava frenetico prima e dopo gli orari del desinare.
C’erano macchine lavapiatti che lavavano tutto in cinque minuti, spruzzini flessibili ed allungabili che facevano uscire acqua a sessanta, settanta gradi. Roba che ti ustionavi se non indossavi dei lunghi guanti di gomma che arrivavano sopra il gomito. Erano entrati nell’olimpo dei lavori di merda. In certi momenti sembrava impossibile resistere all’avanzata di pentole, posate e piatti che arrivavano di getto continuo dai carrelli dei camerieri che tornavano dalle sale ristorante. Oltre a questo, si doveva fare il giro delle postazioni dei cuochi che ammassavano il pentolame utilizzato da un lato. Se non passavi in tempo incominciavano ad urlare e spesso le colonne di pentole rovinavano a terra, richiamando l’attenzione dei responsabili. Polidoro ci resistette due giorni in quel puttanaio, accampando la scusa di un dolore ad una gamba che gli impediva di lavorare in piedi. Benelli invece un mese. A quel punto Alex decise di tentare un colpo anche in quei luoghi. Inizialmente fece il giro di un paio di negozi di modellismo per scegliere delle armi giocattolo il più possibile simili a quelle reali. Alcune riproduzioni in metallo, a parte il tappo rosso, sembravano proprio vere. Polidoro pesò i vari modelli e scelse una Colt Python e una una Beretta (quella in dotazione alle forze armate americane). “Queste vanno bene. Il peso è quello giusto. Per quello che ci servono vanno benissimo”
“Ma sei sicuro di quello che fai?” chiese Marco.
Qui se ti beccano il carcere è molto peggio. Qui la pena te la fai tutta. E dopo ti rimandano a casa per farti l’altra, di galera.”
“Mi frega un cazzo, questa non è vita. Se non posso lavorare, se non trovo niente perché non so l’inglese, che cazzo faccio quando finisco i soldi? Vado sotto il ponte di Vaterlu?”
“Waterloo, Alex si dice Waterloo”
“Ecco cazzo, appunto”.

![BG1905-SOC1[1]](/misc/media/75x75/file-unknown.gif)



