TIRO INCROCIATO
“E’ ora. Scendiamo” Il fuoco dell’accendino illuminò il volto di Piero. Aveva una cicatrice vicino all’occhio, una bottigliata ricordo di una cena un po’ troppo alcolica di qualche anno prima.
Sulla macchina erano in tre. Piero, Enrico e un amico dello slavo. Per Enrico si trattava di rendere un favore. Glielo aveva detto lo slavo dandogli la pistola: “E’ un prestito. Mi dovrai un favore quando mi servirà”. Ora era giunto il momento di rendergli il prestito, e quando c’era da rendere un favore allo slavo, non era mai nulla di buono. Il giorno prima Enrico e Piero erano andati in Ticinese, dove si erano fermati a bere qualche whisky al Noir. Il tempo primaverile ormai permetteva di sedersi ai tavolini all’esterno. Ripresa dal fondo. In avvicinamento. Zoom sui bicchieri. Anelli su mani curate. Oro ed unghie laccate. Donne con culi di marmo passeggiano sul corso, mentre un sorriso luccica al sole. Dente con brillante. Il cameriere avanza mentre la mpd scorre in orizzontale lungo il bar, come a tagliarlo. Forse non dovevo esserci. Dovevo andare lontano, lontano, lontano. Flash. Azione. Accendo una sigaretta. Particolare sulla bocca che aspira. Lo slavo li stava aspettando. Insieme a lui c’era un’altra persona. I quattro si sedettero ad uno dei tavolini. “Questo è Goran” disse lo slavo. “Dovete andare con lui a fare un lavoretto. Poi vi spiegherà tutto quando sarà il momento.” Oh, ma non è che puoi dirmi che c’è da ‘fare un lavoretto’ e poi chiuderla lì. Che cazzo di modo è di fare! Non sono mica uno dei tuoi pupazzi. Tu a me una spiegazione me la devi dare!” Disse Enrico. “E poi io che c’entro?” Aggiunse Piero. Lo slavo si alzò battendo un pugno sul tavolo. “Tu pezzo di merda non puoi parlare così a me! Quando avevi bisogno sei venuto a chiedermi un favore, no? Io ti ho chiesto qualcosa? Ti ho chiesto spiegazioni? No, giusto? E allora non rompere i coglioni!”
“Ok, Ok. Ma non è mica il modo di fare. Non c’è bisogno di scaldarsi” Disse Enrico. Aveva sbagliato a parlargli così. Lo slavo era pericoloso. “In quanto a te, stronzo, mi devi tremila euro di cocaina. Quindi, o hai subito da darmi i soldi, o vai con loro. In alternativa ti puoi prendere una pallottola in testa da Goran. Vero Goran?”.
L’uomo si mise a ridere. La pelle di Piero si accapponò, mentre qualcosa che si chiamava paura, lo prese allo stomaco.
Lo slavo, Slatan il suo nome, era venuto a Milano dopo la guerra civile in Bosnia.
Lui era di etnia serba, anche se parte dei suoi parenti si erano sposati con dei bosniaco musulmani. “Tutta merda” diceva, quanto raccontava dei primi tempi di guerra.
In quel periodo p
restò servizio nelle formazioni paramilitari serbe, i cetnici. Un giorno, durante una perlustrazione sulle montagne tra Trebinje e Dubrovnik, gli spararono. Un solo colpo di proiettile lo passò da parte a parte, sparato da chissà dove da un cecchino croato. Poi altri due colpi e il suo compagno cadde in avanti con un buco in testa, mentre gli altri si buttarono a terra. Erano caduti in un’imboscata. Incominciò lo scambio di battute mortali tra colpi di mitragliatore e sordi botti di mortaio. La morte rideva mentre i suoi occhi si chiudevano ed il prato si colorava di rosso.
Alla fine lasciarono due cadaveri e diversi feriti sul campo.
Lo portarono in un ospedale. Dicevano che era spacciato. Ma il proiettile non aveva leso nessun organo vitale.
Dopo qualche mese lo mandarono a casa.
I contatti presi sotto le armi gli servirono a guerra finita, quando iniziò con altri militari il traffico di armi verso l’Italia. Un generale croato si mise d’accordo con alcuni ex terroristi passati alla delinquenza comune. E allo slavo lo mandarono per tenere i rapporti a Milano.
Il traffico rendeva bene. Per ogni Kalashnikov portato via dalle ex caserme Jugoslave si facevano un paio di milioni delle vecchie lire in Italia. Senza contare granate, proiettili e tutto il resto della dotazione.
Le armi passavano via terra e, portate a Milano, venivano rivendute od utilizzate per compiere rapine a banche e a furgoni portavalori.
Così l’attività dello slavo diventò molto fiorente, ingrandendosi e prendendo anche altri campi come lo spaccio di cocaina e lo sfruttamento della prostituzione. E quanto si allargavano i suoi affari, così aumentava la comunità dei serbi legati a lui ed al generale.
“Allora ci si vede domani qui alle otto. Puntuali”
“Puntuali un cazzo”, rispose a denti stretti Enrico.
“Ora come ne usciamo da questa storia? Non mi piace per un cazzo” gli chiese Piero
“Non c’è proprio da uscirne, a meno che tu non voglia prendere un appuntamento al piano sotterraneo del S.Carlo”
“Come? Perché che c’è al piano sotterraneo del S.Carlo?”
“L’obitorio, coglione”
“Ah. Forse è meglio che mi prenda qualcosa da bere”.
“Forse è meglio di sì”.
Fruscio. Colori sfarfallano mentre velocemente cambiano i punti di visione. La scena va avanti e poi di colpo si blocca. Ralenty e slow motion su riprese in orizzontale. La musica segna i miei movimenti. Tum tum avanzo di un passo. Tum indietro. Tum tum è come un cuore malato. Guardami adesso. Il liquido scende per la mia gola disinfettando ogni cosa. Brucia, mentre aspiro fumo e urlo. Ripresa dall’alto. Restringi, restringi sul particolare. Flash. Una spilla con un ramarro argentato. Chiudo gli occhi e cado. Dissolvenza.
Piero aprì gli occhi in un letto che non era il suo.
La stanza era inondata dal sole. Il suo primo movimento gli causò una forte fitta al collo e gli venne da vomitare. Di traverso vide un paio di gambe. C’era una donna nel letto. Era sdraiata sulla pancia. Lunghi capelli rossi le coprivano la schiena.
La ragazza si giro è lo guardò in faccia.
“Ciao” gli disse.
“Ciao. Scusa ma tu sei…”
“Non ti ricordi neanche come mi chiamo? Eppure ieri sera non mi lasciavi un secondo”
“Ieri sera? Cazzo, la festa! Ora ricordo, sì, tu sei l’amica di Vale. Susanna no? Siamo a casa tua?”
“Sì. Vuoi un caffè e un analgesico? Hai una brutta faccia. Ieri eri conciato da buttar via, ma eri anche molto sexy”.
“Lo so. Quando sono ubriaco do il meglio di me stesso”
Il sole fuori era già alto. Si sentivano i clacson delle macchine in fila. Qualcuno tirò una bestemmia.
“Dove siamo? E che ore sono?” Chiese Piero.
“A Pero e sono le sei”
“Cristo! Le sei? Ho un appuntamento alle otto in Ticinese. Posso farmi una doccia? Ce l’hai un mezzo?”
“Perché tutta questa fretta? E’ così importante?” Chiese lei
“Mi vuoi rivedere?”
“Beh, sì”
“Allora fammi arrivare alle otto in punto in Ticinese”.
La macchia sfreccia lungo le vene della città. Arterie pulsanti di un animale ferito. Arterie sottili come lingue distese sul corpo di Dio.
Gira tutto velocissimo. I colori si fondono l’uno con l’altro fino a diventare una striscia unica. Chiudo gli occhi per non vomitare. Il rumore delle ruote che frenano mi riportano alla realtà. Flash. Apro gli occhi e vedo il buco nero che mi sta inghiottendo. Proprio davanti al bar. Azione.
Piero si diresse al bagno. Mentre passò davanti al bancone ordinò un Mojito. “Un Mojito in arrivo” urlò il barista.
La musica era assordante. Campari era seduto da solo ad un tavolo.
“Ueh Piero! Allora?”.
“Tutto bene. Tu che fai?”
“Sto aspettando Cunzolo. Vuoi un pist?”
“Se ce l’hai…”
“Come No. Ti raggiungo in un attimo”.
Piero si chiuse in bagno, tirò fuori un pezzo da 50 e lo arrotolò. Poi tirò fuori la carta di credito e l’appoggiò sul cassone dell’acqua.
Due colpi alla porta. “Chi è?”
“Campari. Aprimi”.
Campari entrò e appoggiò un pacchettino di stagnola sul cassone.
“OK. Adesso stendila” gli disse Piero.
“Dammi una carta. Ah no, è già qui”
Campari stese due righe sul cassone e aspirò la prima. Poi tirando sul col naso passò i soldi arrotolati a Piero.
“Cazzo è bella forte! Chi te l’ha data?”
“Il solito. Il vecchio spaccia”
“Procuramene un paio di grammi. Penso che ne avrò bisogno, stasera”
“Va bene”.
Campari piegò la stagnola e se la rimise nel pacchetto delle sigarette.
I due uscirono dal bagno e si divisero. Piero passò per il bancone e ritirò il Mojito. Al posto del cocktail lasciò giù un cinquino e uscì dal locale.
Lo sbuffo di fumo del sigaro mi investe appena esco. Panoramica dal basso verso l’alto sulle lunghe gambe di una dea a pagamento. Sento odore di paura. Il lampo di uno zippo desta l’attenzione di lei. Chiudo gli occhi. Flash. Li riapro. Azione.
Lo slavo stava fumando un sigaro. Accanto a lui Goran, il suo tirapiedi, e una sorcia d’alto bordo.
“Mio caro amico, allora tutto a posto? Dov’è Enrico?” Disse lo slavo.
“E che cazzo ne so? Mica sono suo fratello! Che pensi, che sono sempre attaccato alle sue mutande?”.
“No, ma se non viene tu vai lo stesso. Di questo stanne certo” Disse lo slavo, scandendo le ultime parole..
Goran attaccò a ridere. Il suo era un ridere fastidioso, quanto lo stecco di un ghiacciolo passato sui denti. “Glieli farei cascare tutti quanti quei denti” pensò Piero “ma non posso”.
Dopo una buona mezz’ora arrivò Enrico. Era tutto sudato.
“Mbeh?” Gli disse Piero.
“Quella stronza di mia moglie. Non voleva lasciarmi uscire. C’erano i suoi a cena e mi voleva costringere a stare in casa”, disse Enrico. “Le donne a volte sembrano fatte apposta per rompere le palle”.
“C’è lo slavo con il suo pupazzo”, gli disse Piero.
“L’ho visto”.
I due si diressero al tavolo dello slavo.
“Oh, guarda chi c’è! Mi sembrava di averti detto di essere puntuale” disse lo slavo. “Non mi piacciono i ritardatari. Se arrivi in ritardo agli appuntamenti non sei affidabile. E se non sei affidabile, non mi servi. E se non mi servi allora ti posso ammazzare” Rise.
“Hai visto un bel poliziesco ultimamente? Chi sei, Kaiser Sose? ”, disse con tono di scherno Enrico.
Goran fece per alzarsi di scatto ma lo slavo lo prese per un braccio tirandolo giù.
“Ti va di scherzare? Vediamo se ti verrà di scherzare anche dopo il lavoro”, disse lo slavo.
“Non lo so se mi andrà o no di scherzare. Non mi hai ancora detto che cosa dobbiamo fare”
“Ora lo saprai. Goran, prendi la macchina, portala qui. Poi andate”.
Non appena Goran arrivò con la macchina, Piero ed Enrico saltarono su.
Mentre la macchina risaliva Corso San Gottardo, incrociarono una ambulanza che si dirigeva a grande velocità verso
la Darsena.
Il solito pirla del sabato sera che è andato giù, pensarono tutti e tre.
La macchina si diresse verso la tangenziale. Poi ancora più fuori, verso l’hinterland di Milano. Lo slavo non parlava e nessuno dei due passeggeri aveva voglia di parlargli.
Le campagne intorno a Milano portano sempre qualcosa di triste.
Una pianura eternamente uguale, senza dislivelli né avvallamenti. Ancora più triste è quando tutto viene avvolto dalla nebbia. Milano diventa un involtino di nebbia, mentre l’irrealtà la fa da padrone, mescolando le carte. E’ allora che da qualunque parte si vada, sembra di non andare da nessuna parte. E da nessuna parte andarono, nonostante si trovassero in macchina da più di mezz’ora.
“Siamo arrivati.” Disse Goran
“Minchia era ora. Mi sto pisciando addosso.” Disse Piero. “Ma si può sapere dove siamo?”
“A Melzo. Qua c’è casa mia. Devo fare una cosa. Il posto non è lontano”.
Goran disse ai due di restare in macchina e si diresse
verso una vecchia cascina. Al primo piano c’era una luce. Quando Goran si avvicinò alla cascina la tenda della finestra si scostò leggermente. Poi si richiuse di colpo e dopo pochi secondi la porta si aprì. Una ragazza bionda venne incontro all’uomo. I due si abbracciarono e si baciarono. Poi Goran entrò nella cascina.
“Beh? Che ne pensi di tutta questa storia?” Disse Piero
“Ne penso male. Non sappiamo un cazzo di niente. Per come siamo messi quello magari ci vuol fare fuori tutti e due”
“E lo slavo faceva tutta questa scenata per farci fuori? E poi ci hanno visto almeno una decina di persone salire in macchina con il tirapiedi dello slavo. No, No è possibile. La cosa mi puzza ma non riguarda noi, almeno per questa volta.”
Dopo pochi minuti Goran uscì dalla cascina.
“E’ mia moglie” Disse, intuendo lo sguardo dei due.
Risalirono tutti sulla macchina e si diressero verso la provinciale.
Dopo un lasso di tempo calcolabile quanto una fumata di sigaretta si fermarono nuovamente.
Usciti dalla macchina Goran aprì il portabagagli e tirò fuori due fucili. Uno a pompa e l’altro con il calcio segato.
“I fucili sono carichi.” “Prendeteli. Ora vi spiego tutto”
“Beh, forse sarebbe meglio” Disse Enrico.
“Dovete entrare in quel cascinale e salire fino al primo piano. Sulla sinistra c’è una porta. Entrate e, beh, lo sapete cosa dovete fare no?”
“Sparare a chi? Ma che sei scemo?” Disse Piero. “Io non ho mai sparato a nessuno, tanto meno su commissione. A chi cazzo dovrei sparare? E se c’è un bambino? E se qualcuno mi tira appena apro la porta? Io non li conosco neanche! Vaffanculo! Col cazzo che vado la dentro”
“Tu ci vai eccome. Altrimenti te la vedrai con me e con lo slavo”
“Sei sicuro che non ci sono carabinieri in giro?” chiese Enrico.
“Non ti preoccupare” gli rispose l’amico dello slavo. “La caserma più vicina è a una ventina di chilometri. Qui è sicuro. Non vedo quanti buchi ci sono nei cartelli? Vengono tutti qui a provare le armi”.
I cartelli erano tutti sforacchiati. Rose di pallettoni adornavano le indicazioni Milano, Monza. Qualcuno aveva anche provato a colpire i lampioni, ma con scarso risultato.
Si diressero verso una strada sterrata al termine della quale c’era un cascinale.
“Assomiglia alla casa dove siamo stati prima” Disse Piero.
“Le cascine sono tutte uguali”, gli rispose Enrico. “E poi la strada non era sterrata.”
“Sì, ma a me sembra la stessa”
“E’ ora. Scendiamo”
Non sarei mai venuto qua se avessi saputo tutto. Ma ora è tardi. Il mio cervello incomincia a vagare. Non sono qui. Sto seduto in casa guardando il televisore spento. Il mio gatto, assopito sulla poltrona e fuori il rumore di un tram che scampanella sui binari. Flash. Mi accenderei volentieri una sigaretta. Azione.
Il fuoco dell’accendino illuminò il volto di Piero. Aveva una cicatrice vicino all’occhio, una bottigliata ricordo di una cena un po’ troppo alcolica di qualche anno prima.
“E’ ora. Scendiamo” 
La porta sul retro era aperta. Piero ed Enrico entrarono e salirono piano le scale. La porta era accostava. All’interno si intravedeva una figura, in piedi davanti alla finestra. Pareva che li avesse attesi.
La stanza era illuminata dalla luna.
Due detonazioni squarciarono il silenzio della campagna, poi più nulla.
L’uomo cadde con la faccia in avanti. Anche se della faccia non era rimasto molto.
Lo centrarono da due punti diversi. Un bel tiro incrociato per due alle prime armi.
Fecero rotolare il corpo di Goran in una roggia
La ragazza uscì dalla casa e salì in macchina con loro.
Ora rimaneva un problema, quello più grosso. Lo slavo.
5/10 di rum
5/10 di Schweppes
3 o 4 pezzetti di lime
zucchero di canna
foglie di menta
Direttamente nel bicchiere da long drink mettere i pezzetti di lime e due o tre cucchiaini di zucchero di canna. Pestare bene facendo spremere i lime affinché si impasti con lo zucchero. Riempire il bicchiere fino all'orlo di ghiaccio tritato. Riempire a metà di rum e metà di schweppes (acqua tonica). Aggiungere qualche fogliolina di menta fresca e mescolare bene facendo risalire anche i lime e lo zucchero.