I due bambini stavano risalendo il fiume. Dietro di loro si stagliava, in tutta la sua bellezza, la Valle delle Cartiere, chiamata così perché sede di una tradizione produttiva avviata nel Quattrocento, polo cartario nei territori della Repubblica Veneta, terreno di originali vicende imprenditoriali nel XIX e XX secolo. Fabbriche in legno, solide, belle una volta, ora solamente scheletri cadenti su palafitte. I resti delle fabbriche e della dimora padronale, le tracce delle canalizzazioni che convogliavano l’acqua necessaria alla produzione, la strada costruita dagli imprenditori cartai oltre un secolo fa. Le cartiere, ai tempi d’oro sfruttavano l’energia dell’acqua per muovere i pesanti macchinari che producevano la carta. Energia pulita e a basso costo. Di tutta questa laboriosità locale e capitale straniero, svizzero perlopiù, non rimanevano ormai che esili tracce. 
Ma a valle c’era una grossa cartiera moderna, la Turgo, nipote ed erede di queste vecchie signore non più funzionanti. Questa però funzionava e inquinava, sopratutto. Tanto che il condotto di scarico della lavorazione della carta era stato allungato a parecchie decine di metri dalla riva del lago.
Il più piccolo dei due bambini, Andrea, sbuffava, ansimando e imprecando nello stesso tempo. Era un ragazzino cicciotello con i capelli lunghi e la faccia di uno che la sapeva già lunga, nonostante l’età.
“Marco, non ce la faccio più. Non ce la faremo mai ad arrivare in cima al fiume.” disse Andrea .
“Mi sa che hai ragione, dovevamo partire prima”. Dobbiamo passare da qui e salire verso la strada”, disse Marco.
Marco ha un paio d’anni in più di Andrea. Esile, biondino, è l’esatto opposto di Andrea anche nel carattere. Chiuso, introverso, non ama stare con i suoi simili. Per Andrea ha fatto un’eccezione. Marco è di Milano, e prima di questa esperienza non ha mai avuto grandi scossoni nella sua vita. Una famiglia normale, una esistenza passata, fino a questo momento, in una agiata vita della media borghesia. I suoi genitori non l’avrebbero mai fatto andare da solo in montagna. Infatti non lo sanno. Pensano che i due bambini siano andati a pescare giù al porto di Toscolano.
Marco pensò a quando incontrò Andrea per la prima volta.
E’ l’estate del 1982. Quest’anno ci sono i mondiali di calcio in Spagna e tutti i ragazzini del campeggio sul lago fanno a gara e a botte per accaparrarsi una sedia al bar, dove hanno montato un maxischermo per l’evento. 
Nel campeggio, la competizione è sentita ancora di più per la numerosa presenza di vacanzieri stranieri. Allora, prima dopo e durante la partita è un continuo lancio di insulti, oggetti, pernacchie stratosferiche e qualche volta le bande nemiche, con il testa il portabandiera nazionale, entrano in un breve ma furioso contatto.
E’ stato in uno di questi frangenti che Andrea e Marco si conoscono. Andrea interviene menando schiaffi come un mulinello in una sessione di scontri tra tedeschi e italiani, tutti rigorosamente under 16.
“Sei sicuro - chiese Andrea - che salendo lungo questo costone arriviamo ad una strada?”
“Là in alto ho visto passare un camion, qualche minuto fa” rispose Marco.
La vallata si era improvvisamente oscurata. Grosse nuvole oscuravano il sole e riempivano tutto il cielo. La gente del posto sapeva che quando le nuvole apparivano dietro il monte, si preannunciava un furioso temporale. Le barche venivano quindi ritirate e chi si trovava a pesca nel lago volgeva immediatamente la prua verso la costa.
“Pioverà”, disse Marco. “Dobbiamo assolutamente arrivare alla strada. Vicino c’è Cecina. Possiamo ripararci in paese. Poi vediamo”.
I due bambini incominciarono a salire lungo il dirupo. La terra era brulla e con pochi appigli. La salita era difficoltosa. Iniziò a piovere, dapprima leggermente, poi sempre con più forza. Avanzavano lentamente, mentre i tuoni iniziarono a riempire la valle. La pioggia incominciò a scrosciare scendendo lungo il costone. La terra, da secca, si era fatta un pantano.
Marco era davanti a Piero nella scalata. I due bambini avanzavano a furia di imprecazioni, con la disperazione nelle mani e nei piedi.
In un attimo Andrea scivolò verso il fiume. Il terreno franò sotto i suoi piedi e non c’erano appigli a cui afferrarsi.
Il bambino lanciò un urlo disperato.
“Aiuto! Aiutami, per favore, non voglio morire!”
Andrea si lasciò scivolare verso l’altro bambino. L’acqua continuava a scendere ed i due erano completamente bagnati e sporchi di fango.
Un tuono fortissimo squassò il cielo.
Andrea incominciò a piangere: “non ce la faremo, moriremo tutti e due nel fiume. Non riusciremo più a salire!”
“Smettila! Smettila di piangere” gridò l’altro bambino. “Prendimi la mano!”.
Andrea abita a Brescia. E’ sempre stato abituato, fin da piccolo, a cavarsela da solo. Lui le strade del Carmine le conosce tutte. Come conosce gli spacciatori, le puttane e tutto il mondo di balordi che gira intorno a loro. A casa sua vengono un sacco di persone a qualsiasi ora del giorno e della notte. Tanti non li conosce. Alcuni li ha visti spesso, invece. Non si trattengono molto, giusto il tempo di prendere delle bustine di zucchero. Suo padre ha un sacco di quelle bustine. Spesso ha visto lui e sua madre confezionarle. Però loro non le usano per il caffè. Le confezionano e poi le mettono via. Un giorno vengono anche dei poliziotti a prendere quelle bustine. Ed insieme ad esse portano via anche suo padre. La mamma dopo gli ha detto che papà sarebbe stato via per lavoro per un bel po’ di tempo. Non sa quanto tempo, ma non è poco.
Nei giorni seguenti all’arresto di suo padre, Andrea viene promosso al rango di “postino”. Ora la madre, aiutata dalla nonna che vive con loro, non si fida più a ricevere in casa i clienti. Così le dosi di eroina le mette nelle mutande di Andrea, che deve poi consegnarle ai tossici che stazionano all’angolo di Piazza del Carmine.
Il ragazzo ora era completamente in balia degli elementi. Non sapeva che fare, non aveva più la sicurezza che dimostrava in strada. Piangeva.
“Prendimi la mano!” Urlò Marco. “Prendimela!”
Andrea afferrò la mano e si lasciò tirare su, lentamente, fino a ritrovare un appiglio.
Per arrivare in cima al costone ci impiegarono più di mezz’ora.
Arrivati in cima i due bambini si abbracciarono urlando di gioia. Non importava loro che erano completamente bagnati e che per tornare ci avrebbero messo ancora molto tempo. Ce l’avevano fatta. Insieme.
Quel giorno particolare, uno dei due scoprì di poter avere il coraggio, l’altro di poter avere paura.
Quel giorno qualcosa in loro era cambiato.