Italica canotta
venerdì, 21 luglio 2006

Gli aiuti richiesti per la popolazione libanese

Alimentari

- latte +pannolini + alimentari per i bambini

- scatolame di carne di vitello – mortadella – marmellate – riso - zucchero –legumi diversi

- utensile per cucinare ( pentolame e articoli per cucinare )

Medicinali

Medicine : per la diaria – antibiotici – > antipiretici –ansiolitici

Medicine per gli adulti : malattie croniche (cuore –diabete-pressione e altre ) , le malattie della pellle – ansiolitici - flebo – cloro per la disinfettazione dell’acqua –guanti sterili per le operazioni – filtri per lavaggio reni – frigo per la > conservazione dei medicinali

Attrezzature per il ricovero e macchinari

-tende per il ricovero

- coperte

- generatori di corrente con potenza di : 5-10-20-30 kva

- scavatrici – sollevatori

Attrezzature per lo spegnimento del fuoco

- macchinari per lo spegnimento degli incendi - estintori di varie misure

- liquido con schiuma antincendi

- tubi per portare l’acqua dalle autobotte antincendi

Le donazioni finanziarie

Numero del conto della alta rappresentanza per i sussidi nella banque du liban –beirut 760051114

L’indirizzo e il nome della banca

Deutsche bank- frankfurt bic code deutdeff

A favore di banque du liban > numero del conto : 100954682110

Consolato libanese di Milano tel 02/8061341

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mercoledì, 19 luglio 2006

Quanta arroganza in questi giorni! Quanta violenza gratuita da parte di un popolo abituato ad usare la legge del Taglione e autorizzata dal proprio dio vendicativo a distruggere gli altri popoli. E quanta piaggeria nei confronti dell'occupante sionista! centinaia di morti, per la maggior parte donne e bambini, ospedali, case, strade, porti, tutto distrutto per che cosa? per due prigionieri di guerra?

Manifestazione a Milano per protestare contro Israele

 

Circa duecento libanesi si sono ritrovati ieri 19 luglio in piazza Velasca a Milano per protestare contro l’ingiustificata aggressione sionista perpetrata a sangue freddo contro la popolazione inerme di quel Paese. La manifestazione, organizzata dalla comunità libanese e dall’A.S.Ri, si è svolta senza particolari tensioni, ma gli slogan gridati e i volti commossi e tesi delle persone che vi partecipavano, esprimevano tutto il dolore e l’impotenza che si trova ancora una volta ad affrontare il popolo libanese di fronte alla tracotanza e alla violenza sistematica dell’entità sionista.

Una impotenza e un dolore che ben esprimeva il volto piangente di una anziana donna, mentre le persone si accalcavano per raccontare le proprie dolorose storie. “Ho perso mio fratello durante la guerra civile” urla disperata una donna, “ora ho paura per i miei familiari. Non riusciamo a parlare con loro, gli israeliani hanno distrutto le linee telefoniche, non sappiamo dove sono andati”.

E questo vale per tutti: chi ha moglie e figli dispersi, chi ha due bambini handicappati e non ha più loro notizie, è un continuo rincorrersi di voci, le urla si sovrappongono e ognuno vuole raccontare la propria storia. I libanesi raccontano degli ospedali distrutti, dei civili massacrati, delle loro case bruciate dai cannoni e dagli aerei con la stella di David. Un uomo con gli occhi lucidi urla sopra tutti e si chiede il perché di tutto questo, del perché l’occidente non sta alzando un dito. Il suo silenzio lo rende partecipe almeno quanto la macchina da guerra sionista in questi veri e propri genocidi. “Stanno distruggendo un Paese che abbiamo ricostruito dopo tanti anni di guerra per che cosa? Per due soldati? Si può uccidere un popolo per due soldati?” urla un’altra persona.

Sunniti, sciiti, cristiani. Li si riconosce, soprattutto le donne, dal loro modo di vestire. Sono tutti qui, indistintamente dal loro credo religioso per gridare la loro rabbia contro chi sta radendo al suolo il loro Paese. I cori aumentano di intensità. Due pacifisti (italiani) ingenuamente cercano di portare nel gruppo uno striscione con scritto disarmo. Glielo impediscono. Disarmo per chi? Forse non capiscono o non vogliono sentire gli slogan che inneggiano a Nasrallah. Forse non vogliono sentire o fanno finta di non sentire le grida che inneggiano alla morte di Israele.

Perché questa è la verità che molti non vogliono accettare. Buona parte dei libanesi accetta le azioni dei resistenti Hizbollah. Buona parte dei libanesi e oggi e ogni giorno che passa saranno sempre di più, odierà lo stato occupante che affligge i loro fratelli palestinesi. Perché stanno ancora una volta provando che cosa significhi la volontà omicida dell’esercito sionista.

Dov’è l’Onu? Che fanno i Paesi che contano a livello internazionale?

Perché non si chiede a Tel Aviv di liberare le migliaia di ostaggi libanesi ancora detenuti nelle carceri sioniste?

 

 

 

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venerdì, 14 luglio 2006

Un giorno d’estate

 

I due bambini stavano risalendo il fiume. Dietro di loro si stagliava, in tutta la sua bellezza, la Valle delle Cartiere, chiamata così perché sede di una tradizione produttiva avviata nel Quattrocento, polo cartario nei territori della Repubblica Veneta, terreno di originali vicende imprenditoriali nel XIX e XX secolo. Fabbriche in legno, solide, belle una volta, ora solamente scheletri cadenti su palafitte. I resti delle fabbriche e della dimora padronale, le tracce delle canalizzazioni che convogliavano l’acqua necessaria alla produzione, la strada costruita dagli imprenditori cartai oltre un secolo fa. Le cartiere, ai tempi d’oro sfruttavano l’energia dell’acqua per muovere i pesanti macchinari che producevano la carta. Energia pulita e a basso costo. Di tutta questa laboriosità locale e capitale straniero, svizzero perlopiù, non rimanevano ormai che esili tracce.

Ma a valle c’era una grossa cartiera moderna, la Turgo, nipote ed erede di queste vecchie signore non più funzionanti. Questa però funzionava e inquinava, sopratutto. Tanto che il condotto di scarico della lavorazione della carta era stato allungato a parecchie decine di metri dalla riva del lago.

Il più piccolo dei due bambini, Andrea, sbuffava, ansimando e imprecando nello stesso tempo. Era un ragazzino cicciotello con i capelli lunghi e la faccia di uno che la sapeva già lunga, nonostante l’età.

Marco, non ce la faccio più. Non ce la faremo mai ad arrivare in cima al fiume.” disse Andrea .

Mi sa che hai ragione, dovevamo partire prima”. Dobbiamo passare da qui e salire verso la strada”, disse Marco.

Marco ha un paio d’anni in più di Andrea. Esile, biondino, è l’esatto opposto di Andrea anche nel carattere. Chiuso, introverso, non ama stare con i suoi simili. Per Andrea ha fatto un’eccezione. Marco è di Milano, e prima di questa esperienza non ha mai avuto grandi scossoni nella sua vita. Una famiglia normale, una esistenza passata, fino a questo momento, in una agiata vita della media borghesia. I suoi genitori non l’avrebbero mai fatto andare da solo in montagna. Infatti non lo sanno. Pensano che i due bambini siano andati a pescare giù al porto di Toscolano.

Marco pensò a quando incontrò Andrea per la prima volta.

 

E’ l’estate del 1982. Quest’anno ci sono i mondiali di calcio in Spagna e tutti i ragazzini del campeggio sul lago fanno a gara e a botte per accaparrarsi una sedia al bar, dove hanno montato un maxischermo per l’evento.

Nel campeggio, la competizione è sentita ancora di più per la numerosa presenza di vacanzieri stranieri. Allora, prima dopo e durante la partita è un continuo lancio di insulti, oggetti, pernacchie stratosferiche e qualche volta le bande nemiche, con il testa il portabandiera nazionale, entrano in un breve ma furioso contatto.

E’ stato in uno di questi frangenti che Andrea e Marco si conoscono. Andrea interviene menando schiaffi come un mulinello in una sessione di scontri tra tedeschi e italiani, tutti rigorosamente under 16.

 

Sei sicuro - chiese Andrea - che salendo lungo questo costone arriviamo ad una strada?”

Là in alto ho visto passare un camion, qualche minuto fa” rispose Marco.

La vallata si era improvvisamente oscurata. Grosse nuvole oscuravano il sole e riempivano tutto il cielo. La gente del posto sapeva che quando le nuvole apparivano dietro il monte, si preannunciava un furioso temporale. Le barche venivano quindi ritirate e chi si trovava a pesca nel lago volgeva immediatamente la prua verso la costa.

Pioverà”, disse Marco. “Dobbiamo assolutamente arrivare alla strada. Vicino c’è Cecina. Possiamo ripararci in paese. Poi vediamo”.

I due bambini incominciarono a salire lungo il dirupo. La terra era brulla e con pochi appigli. La salita era difficoltosa. Iniziò a piovere, dapprima leggermente, poi sempre con più forza. Avanzavano lentamente, mentre i tuoni iniziarono a riempire la valle. La pioggia incominciò a scrosciare scendendo lungo il costone. La terra, da secca, si era fatta un pantano.

Marco era davanti a Piero nella scalata. I due bambini avanzavano a furia di imprecazioni, con la disperazione nelle mani e nei piedi.

In un attimo Andrea scivolò verso il fiume. Il terreno franò sotto i suoi piedi e non c’erano appigli a cui afferrarsi.

Il bambino lanciò un urlo disperato.

Aiuto! Aiutami, per favore, non voglio morire!

Andrea si lasciò scivolare verso l’altro bambino. L’acqua continuava a scendere ed i due erano completamente bagnati e sporchi di fango.

Un tuono fortissimo squassò il cielo.

Andrea incominciò a piangere: “non ce la faremo, moriremo tutti e due nel fiume. Non riusciremo più a salire!

Smettila! Smettila di piangere” gridò l’altro bambino. “Prendimi la mano!”.

 

Andrea abita a Brescia. E’ sempre stato abituato, fin da piccolo, a cavarsela da solo. Lui le strade del Carmine le conosce tutte. Come conosce gli spacciatori, le puttane e tutto il mondo di balordi che gira intorno a loro. A casa sua vengono un sacco di persone a qualsiasi ora del giorno e della notte. Tanti non li conosce. Alcuni li ha visti spesso, invece. Non si trattengono molto, giusto il tempo di prendere delle bustine di zucchero. Suo padre ha un sacco di quelle bustine. Spesso ha visto lui e sua madre confezionarle. Però loro non le usano per il caffè. Le confezionano e poi le mettono via. Un giorno vengono anche dei poliziotti a prendere quelle bustine. Ed insieme ad esse portano via anche suo padre. La mamma dopo gli ha detto che papà sarebbe stato via per lavoro per un bel po’ di tempo. Non sa quanto tempo, ma non è poco.

Nei giorni seguenti all’arresto di suo padre, Andrea viene promosso al rango di “postino”. Ora la madre, aiutata dalla nonna che vive con loro, non si fida più a ricevere in casa i clienti. Così le dosi di eroina le mette nelle mutande di Andrea, che deve poi consegnarle ai tossici che stazionano all’angolo di Piazza del Carmine.

 

Il ragazzo ora era completamente in balia degli elementi. Non sapeva che fare, non aveva più la sicurezza che dimostrava in strada. Piangeva.

Prendimi la mano!” Urlò Marco. “Prendimela!

Andrea afferrò la mano e si lasciò tirare su, lentamente, fino a ritrovare un appiglio.

Per arrivare in cima al costone ci impiegarono più di mezz’ora.

Arrivati in cima i due bambini si abbracciarono urlando di gioia. Non importava loro che erano completamente bagnati e che per tornare ci avrebbero messo ancora molto tempo. Ce l’avevano fatta. Insieme.

Quel giorno particolare, uno dei due scoprì di poter avere il coraggio, l’altro di poter avere paura.

Quel giorno qualcosa in loro era cambiato.

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venerdì, 07 luglio 2006

L’ultimo colpo di pala

 

L’ultimo colpo di pala e poi si finisce. Non lo sapevate che tutto dovrà finire, prima o poi? Quando ci penso (e ci penso il meno possibile) mi rendo conto che il mio è un lavoro di concetto: io finisco il lavoro che la morte, o forse la vita, inizia, e nascondo la sua opera. Ci faccio un bel buco prima, e dopo mi sputo nelle mani e ricopro tutto, lavorando di fino, così magari ci scappano anche qualche cinque euro. A volte dieci. Però se ci penso (e questo è uno dei momenti in cui non  dovrei pensarci troppo) il mio lavoro è un continuo cerchio che si apre e si chiude, come il tempo per gli antichi.

Sì, lo so che questi discorsi al prete non piacciono e me lo dice sempre che sbaglio e che ci sarà il giorno del giudizio, ad un certo punto. Ma preferisco pensarla così. Il ciclo della vita, della morte, e ancora della vita. Ieri ho seppellito un mio amico. Mi è dispiaciuto farlo, ma in fondo mi pagano per essere lì anche quando non mi piace esserci. Io e lui ci conoscevamo da tanto tempo, fin dai tempi del Giambellino. Quando eravamo bambini giocavamo tutti insieme in piazza Tirana, e c’era pure quello che poi è diventato uno della Ligera, un grande, se così si può dire, della mala milanese degli anni ’70, il Vallanzasca. C’era pure il Renato Papaia, che poi è finito a vendere le case in televisione con un barbone bianco che ogni volta che lo vedo mi viene in mente Mosè con le tavole.

E poi lui, il mio amico, quello con cui andavo a fregare i fumetti dal giornalaio, con la tecnica del ‘retro’: uno chiedeva qualcosa che stava nella vetrata posteriore. In genere ci tenevano le riviste di caccia e pesca tipo ‘la carpa’ o ‘Anatre e doppietta’ o le riviste di uncinetto. Appena il giornalaio usciva con la chiave e si dirigeva verso il retro dell’edicola, l’altro zappava tutto quello che poteva e via! Rapidi come Nembo Kid si faceva il fugone. Dopo un po’ però non funzionò più, e mi ricordo che un bel giorno mi presero e dopo un paio di ceffoni mi misero nelle mani del ghisa Besozzi, quello che abitava in via degli Apuli. Beh, dopo non mi va più di raccontarla, perché sono solo cinghiate di mio padre e urla di mia madre. Il mio amico…pare ieri che giocavamo alla lippa e invece bam! Un altro ché ha tirà i calzett. Pure io sono vecchio, e mi fa un po’ di fatica tirare fino alla fine della giornata, soprattutto d’inverno, che la terra è dura. Ma adesso ci hanno dato il caterpirla o come si chiama, insomma la scavatrice, per farla breve. Col risultato che il lavoro che si faceva in quattro ore lo fa la macchina, e due sono rimasti a casa. E il sindacato? Nient! Diciamoci la verità, quelli meno ci vedono e meglio stanno. Voi la vorreste nel vostro sindacato la federazione lavoratori mortuari? O sarebbe meglio dire operatori necrofori? Fan schifo tutte e due, lo so pure io.

Ho finito per oggi. Domani si ricomincia, tanto qui il clienti vengono sempre e la recessione non si fa sentire. Oddio, casse belle come qualche anno fa si vedono raramente, e pure i fiori sono meno sciantosi di una volta. Adesso per un servizio funebre con cassa in legno massello di larice da inumazione (perché, uno dove la dovrebbe mettere se non sottoterra?), imbottitura in raso, gli addobbi funebri, il copricassa di fiori, la ‘limousine’per l’ultimo viaggio in grande stile, trasporto in gesa e dietrofront al cimitero, ti chiedono come niente un duemila euro.

Ora vado a farmi un bianchetto al bar Benito, dietro la posta. Che poi è proprio davanti al cimitero. Così i vecchietti vanno prima a ritirare la pensione e poi vengono qui a portare qualche fiore.

Ma torno presto, non preoccupatevi, non vi lascio soli, che a me tanto star in mezzo ai vivi non mi piace, mi annoia. Sentire tutti quei discorsi sui soldi, il lavoro e tutta quella brutta roba che danno alla televisione che più che morti e disastri non succedono. E poi fuori c’è troppo rumore, troppe grida, troppo odio, troppo tutto, e a me invece piace il silenzio del cimitero con quel senso di tranquillità e di pace che non si trova da nessuna parte. E poi c’è una cosa: qui la gente non ti interrompe quando parli, ti ascolta, ti lascia sfogare. Sarà che sono morti e non ti possono rispondere, ma a me va bene così. Chi s’accontenta gode, e io m’accontento anche se da godere qui non ne ho trovato molto, in tutti questi anni. C’era una signora, la vedova Merloni, che vedevo spesso con piacere. Per anni le ho fatto trovare i fiori freschi sulla tomba del marito, il cavalier Augusto. E così nel 1976 è successo che dopo anni di fiori freschi e l’ottone della tomba sempre lucidato, alla fine mi sono dichiarato. Facemmo all’amore nella cappella in fondo al viale del tramonto, in mezzo ai banchi di legno. Durò qualche mese, però. Lei fece riesumare i resti del marito e se li portò con sé, in Venezuela. Da allora non l’ho più vista né sentita. Mi aveva detto che non sentiva calore, nel nostro amore. Che ero un po’ troppo freddo per i suoi gusti. Ma cazzo, è normale, no? Cosa poteva aspettarsi se il nostro talamo era la camera mortuaria?

Forse un giorno ritornerà da me e io, la seppellirò.

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sabato, 01 luglio 2006

Povera Patria

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare

(Franco Battiato)

Corruzione. L’Italia è quarantesima nella classifica di Transparency International sulla percezione della corruzione, frutto di un’indagine tra analisti e uomini d’affari: con un punteggio di 5 (su 10), siamo a pari merito con l’Ungheria e indietro rispetto a paesi che non vengono istintivamente associati all’efficienza amministrativa, Emirati Arabi Uniti, Portogallo e Malta, oltre naturalmente alle maggiori economie europee e gli Stati Uniti... Lo si vede dagli ultimi scandali...

Calciopoli. E' partita in mondovisione (c'è anche la Cnn) allo stadio Olimpico il dibattimento del maxiprocesso a Iuventus, Milan, Fiorentina, Lazio finite nel "ciclone" calciopoli che vede coinvolti altri 26 nomi fra dirigenti di società, direttori di gara e guardalinee. I reati contestati riguardano la violazione degli articoli 1 (lealtà e probità sportiva) e 8 (illecito) del regolamento sportivo...

Disoccupazione. Dopo le buone performance registrate del 2003 e del 2004, la disoccupazione in Italia è tornata a crescere nel 2005. Il tasso dei senza lavoro sale dall’8,1% del 2004 all’8,4% nel 2005 e nel 2006. peggiorerà. Queste le previsioni dell’Ocse contenute nell’Outlook 2005 sull’occupazione. Nel 2003, il tasso di disoccupazione dell’Italia era del 8,8%,

Cosa c'è da sventolare il tricolore, italiano, che cazzo hai da gioire se l'Italia dei corrotti, l'Italia senza dignità, quella serva, l'Italia del 'volemose bene' sta andando a picco, se tangentopoli non è mai finita, se si chiudono gli ospedali per vedere la partita. Che hai da sventolare, italiano, quel tricolore rosso del sangue del popolo iracheno e afghano, quello straccio lacero simbolo del nulla e che tiri fuori soltanto alle partite? Non hai nessuna dignità, italiano, se sei capace di gioire per un gol fatto all'Ucraina, (notoriamente grande squadra) e poi quando te lo mettono in culo con le riforme sul lavoro, stai a casa da mamma a mangiare la pasta. In Francia, piccolo italiano, sono scesi in piazza a milioni scontrandosi con le istituzioni per rivendicare i loro diritti. Ma la Francia è la Francia, non è la piccola, povera, pezzente Italia

Siamo un popolo di mandolinari.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

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