Diario di viaggio
Nove aerei, più di quindicimila chilometri percorsi tra aerei, treni, autobus, pullman, microbus, taxi e tanti, tanti chilometri a piedi. Ho conosciuto decine di persone, ne ho viste migliaia e sorriso a centinaia.
Chilometri e persone passate lungo Damasco, Palmira, Aleppo, Tartus, Quneitra in Siria, Beirut, Jounie, Bekfaya, Biblos, Tripoli, Sidone, Tiro, Quana, Kafra, Hrese, Tebnen, Kawneen, Aitaroun, Maroun El Ras, Bent Jbeal, Baalbek in Libano, Tripoli e Leptis Magna in Li
bia, La Valletta a Malta. Drusi, sunniti, sciiti, cristiani, alauiti, curdi, russi, libanesi, siriani, libici, circassi, palestinesi, armeni, mullah, imam, marabout, berberi e beduini, l’Africa nera, occhi gialli e lontani, rossi di capelli e albini e nessun cane in queste terre. Uno, impaurito e tremante, nel souk di Tiro, legato a una catena e frustato, bastonato tutto il giorno da ragazzini annoiati e insensibili.
Ho visto tutto questo con uno zaino sulle spalle, in aeroporti dove si partiva per Kano, Ouagodogu, N’djamena, Abu Dabi, Teheran.
Ho visto il Baghdad Cafè, nel mezzo del deserto, ad un passaggio a livello di treni fantasma e un cartello solitario con la scritta ‘Iraq’. Ho visto tramontare il sole dal Qala’at a Palmira, una rossa palla di fuoco inghiottita dalla terra e poi un cielo a volta ricolmo di stelle, disegnato da pittori illuminati, disegnato dalla mano di un Dio. Mi sono perso in ricordi e sogni nei castelli crociati, dall’alto del Krak des Chevaliers, dall’alto dei monti del Libano, dall’alto del Kabir Hotel, sprofondato nel salotto in pelle della mia camera e davanti tutta Tripoli illuminata a festa di bianco e di verde per il trentasettesimo anno di governo di Gheddafi.
Sono stato in hotel caratteristici, in stamberghe con i muri scrostati e i letti non rifatti, con le siringhe usate nel cassetto del comodino. Sono stato in ostelli della gioventù e in hotel a cinque stelle con stuoli di camerieri e concierge e autisti e un ristorante riaperto solo per me, con pesce freschissimo e vino bianco e uno chef che mi chiamava signore.
Ho viaggiato su un treno a diesel, su autobus distrutti, su camioncini a 130 all’ora contromano in autostrada, su taxi malridotti.
Ho mangiato kebab e tawook e shawarma, ho assaggiato polpette in salsa di ciliegia e taboulè, filetti al pepe verde nel migliore ristorante di Damasco, panini col rognone nel più sporco locale di Aleppo. Ho mangiato sushi in rue Bliss a Beirut. Ho visto ballare i dervisci tra i tavoli apparecchiati della città vecchia vicino alla moschea degli Omayaddi.
Sono rimasto chiuso dentro un castello a Biblos e sono salito su un traghetto a Tartus con una donna che sarà mia moglie ancora per poco perché ha capito che credere in me è stato il suo più grande errore. Ho letto giornali in inglese, in francese e ho immaginato di comprendere quelli scritti in arabo guardandone le fotografie. Ho sorriso ad una ragazza bionda in rosa su un taxi collettivo a Beirut e lei mi ha sorriso ed è sparita per sempre quando il taxi è ripartito e sono stato insieme a Tawaf e a sua mamma Samira a guardare le loro foto di famiglia, incollate dal calore delle bombe, seduti sulle macerie della loro casa. Ho accarezzato i bambini palestinesi del campo di Ain Helwi Saida, mentre i grandi giocavano con i Kalashnikov a facendosi riprendere dalle nostre macchine fotografiche.
Nove aerei, più di quindicimila chilometri percorsi tra aerei, treni, autobus, pullman, microbus, taxi e tanti chilometri a piedi. Ho conosciuto decine di persone, ne ho viste migliaia e sorriso a centinaia, e di ognuno di essi ho lasciato un segno sulla mia agendina e nei miei ricordi.
Su questo taccuino Moleskine pieno di richiami, numeri, nomi, di poesie e appunti illeggibili scritti di getto, sono segnati gli appunti di un viaggio che è iniziato qualche tempo fa ma che non ha fine, nel continuo riflusso delle mie esperienze e dei miei ricordi.
In tanti mi hanno mandato messaggi, in questo viaggio. In tanti anche, non si sono fatti sentire.
Ognuno ha i suoi metri di giudizio, e attraverso il loro comportamento si crea il mio discrimine tra vero e falso.
Ho visto le ragazze sciite di Haret-Hreik con i capelli in piega e i vestiti scollati scambiandole per cristiane nel mezzo della polvere che tutto ricopriva e del puzzo di morte che veniva dalle macerie e il benessere e l’opulenza dei ricchi in centro, con le loro macchine europee e le agenzie immobiliari e i palazzi ristrutturati tirati a lucido dalle solite caste di speculatori uguali in tutto il mondo.
Ho visto questo e molto altro, raccolto nelle immagini, nei pensieri, nelle mie dita che ora stanno scrivendo e descrivendo immagini per i vostri occhi.
Nel frattempo del mio mondo parallelo un centro di gravità permanente è stato perso e ho vinto un premio inutile per una poesia che non ha senso di esistere. Un ‘giornale’ ha dimostrato il suo essere squallido e necroforo e due udienze in due giorni hanno cambiato per sempre la mia vita.
Forse non tutto quel che avviene è male, come forse non tutto quel che non avviene è male.

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