amore | Italica canotta
martedì, 27 marzo 2007

Su Sky ieri hanno dato un interessante documentario su Luciano Luberti...

Luciano Luberti, il boia di Albenga e l'assassinio di Carla Gruber

Agli agenti di polizia che quel 3 aprile 1970 entrano nell’appartamento di via Pallavicini 52, intestato a Luciano Luberti, già condannato a morte e poi amnistiato per una strage nazifascista avvenuta nel 1944, la scena che si presenta è agghiacciante: in un lezzo che toglie il respiro, steso su un letto, circondato da fiori marci e da bottigliette di lisoformio, c’è il cadavere di una donna.

Quel corpo, ormai in avanzato stato di decomposizione, giace in quella assurda e macabra messinscena da quasi tre mesi. Come le perizie appureranno, la donna, Carla Gruber, amante e convivente di Luberti, è infatti spirata con un colpo di pistola al polmone sinistro il 18 gennaio 1970. E lui, l’uomo marchiato da quel terribile soprannome, il “boia di Albenga”, due giorni dopo la morte della donna, ha chiuso l’appartamento e si è dileguato. Ma sarà sempre lui, con una lettera, a far ritrovare il corpo di Carla.

Comincia così una storia allucinante: una storia di amore e di morte in cui qualcuno volle anche intravedere una matrice politica che, però, non sarà mai processualmente dimostrata.

Una trama che si dipanerebbe attorno alla strage di piazza Fontana - di appena un mese precedente la morte della Gruber - ed in particolare sulla scomparsa, il 25 dicembre 1969, del cassiere del Fronte nazionale del principe nero Junio Valerio Borghese, (http://www.uonna.it/clzlr.htm), , trovato morto il 28 gennaio 1970, dieci giorni dopo la morte della donna di Luberti, anch’egli legato agli ambienti del Fronte.

Occorreranno due anni, prima che Luberti cada nelle mani della polizia. Lo scoveranno in un appartamento di Portici nel luglio del 1972 e per catturarlo occorrerà un lungo conflitto a fuoco.

La storia d’amore di Luciano e Carla è una storia ben strana: quando si incontrano, nel 1956, Lui ha 35 anni, lei 18. Lui è un dirigente della Publiaci, un’agenzia pubblicitaria cattolica, lei, profuga giuliana, la sua segretaria. Tre anni dopo Carla sposa un altro profugo giuliano e dal matrimonio nascono tre figli. Nel 1964 però Carla diventa l’amante di Luberti, anche lui sposato e con tre figli. E i due vanno a vivere assieme in un appartmento di Ostia. Lei è bella, sensuale, affascinante e non disdegna di tradirlo con altri uomini: comincia tra Luciano e Carla un periodo di grandi tensioni, di grandi passioni, di un amore malato, destinato, fatalmente, a sfociare nella morte.

Al processo Luberti negherà sempre di averla uccisa. “Carla si è suicidata”, ripeterà in modo ossessivo. In primo grado sarà condannato a 22 anni di reclusione. Le perizie psichiatriche firmate dal prof. Aldo Semerari - legato agli ambienti di destra, ma anche uomo dei servizi segreti, in combutta con la Camorra, trovato decapitato a Roma il 1 aprile 1982 - gli consentiranno l’assoluzione in Appello e poi in Cassazione: “incapace di intendere e di volere al momento del fatto”.

Luciano Luberti è morto il 12 dicembre (data siginificativa!) 2002.
Aveva 81 anni.

(da www.misteriditalia.it)

 

postato da: vongola alle ore 09:39 | Permalink | commenti (6)
categoria:politica, amore, vita
giovedì, 13 aprile 2006

Apri gli occhi

Chissà come sono finito qui. Non me lo ricordo.

 

O forse non voglio ricordarmelo.

E’ buio e stretto. Sento dei rumori, delle voci, ma lontane, soffuse. Sento un pianto.

Forse è un sogno, forse è proprio un sogno e adesso mi risveglio, apro gli occhi e sono a casa nostra, e lei è lì, che mi guarda, con quegli occhi così limpidi che mi dicono tutto senza parlare. Ora mi sveglio, sì, devo solo cercare di riaprire i miei, di occhi. Cos’è successo? Dov’ero prima? Prima di tutto chi sono? Ora cerco di ricostruire il tutto, ma mi è così difficile. Sto dimenticando. Mi sento debole e confuso.

Non mi ricordo il mio nome. Sforzati! Cerca di ricordare, non è poi passato così tanto tempo. Forse qualche minuto.

La mia mano rossa, uno sprazzo di ricordo, la mia mano rossa ed il rumore di qualcosa di metallico che cade sul marciapiede.

Stavo camminando, sì, camminavo lungo la strada di casa e poi, e poi…

Ora mi riposo, no, non posso, non devo. So che se lo faccio dimenticherò tutto.

Una fotografia con lei ed io sulla spiaggia. Una spiaggia bianca e il mare azzurro intenso, come i suoi occhi. La sua mano stringe la mia. Eravamo felici? Sembra di sì.

Mi ricordo di un bar, ora sì, ci dovevo andare da tempo lì, il barista mi conosce e senza che io gli chieda niente mi da in mano un bicchiere. E’ forte. Bevevo sempre così? Sempre quello? E’ il mio?

Apri gli occhi, aprili, è un sogno, è come quando fai quegli incubi dove sogni di dormire ma nello stesso tempo ti rendi conto che ti vuoi svegliare e ci provi, ci provi, ma non ci riesci e allora ti prende quella sensazione di impotenza e provi ad urlare ma non ci riesci, nessun suono esce dalla tua bocca e le tue braccia, le tue gambe non si muovono, non riesci a muoverle né ad urlare e provi con tutto te stesso e forse un movimento, qualcosa spingendo con tutte le forse che hai, QUALCOSA RIESCI A MUOVERE, FORSE IL COLLO, IMPERCETTIBILMENTE E POI URLI, CON TUTTO IL FIATO CHE HAI IN GOLA URLI E TI ALZI!

Cazzo ma non ci riesci lo stesso. Oggi non funziona. Mi sa che il sogno è qualcosa di più, è più complesso. Complicato come la tua vita.

E tu dove sei ora? Perché non sei qui ad aiutarmi? Dove sei? La tua pelle abbronzata, liscia con quell’odore di mare e vento e sabbia. Mi piace toccarti, seguire ogni sinuosità del tuo corpo, ogni centimetro, fermarmi a baciarti, mentre la mia mano scende e si ferma giù, infilandoti dolcemente un dito dentro e guardandoti, mentre come la marea sale il desiderio di prenderti e diventare una cosa sola con te.

Ti ho mai raccontato di quanto ero bravo a nuotare? Forse sì, anzi sicuramente. Questo me lo ricordo, mi vantavo sempre di come sapevo nuotare bene e della mia carriera in agonistica, alla Canottieri Milano.

Ora ce la faccio, al tre apro gli occhi e tutto sarà come prima. E’ un brutto sogno, capita, niente di che. Non so perché sono immobilizzato, ma c’è qualcuno che mi ascolta? C’È QUALCUNO CHE MI ASCOLTA? Sto urlando con tutte le mie forze, possibile che nessuno mi senta? MI SENTITE CAZZO? Perché nessuno mi ascolta? Eppure sento qualcuno, anche se indistintamente, lo so che c’è qualcuno qui vicino.

Eppure mi sembra che qualcosa non sia andato per il verso giusto, ultimamente. Non chiedetemi il perché, ma so che è così. D’altronde non sarei così, in questa situazione se tutto andasse bene, se tutto fosse come dovrebbe.

“Andiamo a prendere un aperitivo al mare?” Mi dicesti un tempo indefinito. Ed io? Ci andai? Forse è lì che abbiamo scattato quella foto, magari un passante, magari un turista ce l’ha fatta. Un aperitivo sulla riva del mare.

Eri molto bella quel giorno. Ma che giorno era? Non riesco a ricordarmelo. Ricordo soltanto il cielo. Grigio.

Mi fa male il collo. Strano, no? Ma non è un dolore vero, tangibile. E’ quasi come se la mia vita fosse uscita di lì, come un liquido, un soffio, quasi come quando ti fai un taglietto sul dito e ti esce un poco di sangue. La tua vita che esce.

Allora forse ho capito perché sono qui, mentre le voci si fanno sempre più lontane. Forse sono soltanto morto.

Ed il buio è per via del telone che mi hanno messo sopra. Forse sono e non sono morto, sono in quella situazione di partenza da una vita all’altra. CAZZO SONO MORTO! Strano però, me lo sarei immaginato diversamente, tipo più doloroso, con quel rimpianto del fatto e del non fatto, e invece sono tranquillo.

Sto bene, non sento niente, come dormire in mezzo alla bambagia. E’ soffice e caldo, come tornare indietro nel tempo, nell’utero di mia madre e poi ancora, ancora più indietro, fino a sentirmi tutt’uno con l’universo. Tornare all’Unico. E’ questo? Beh, non è male, in fondo. Qualcuno mi sta tirando su. No, lasciatemi qui, non voglio muovermi, sto bene così, lasciatemi per favore! La spiaggia e te, bionda, bellissima che mi sorridi e mi dici qualcosa. Ti ho già vista forse, stampata sui muri di Milano. L’ultima cosa che ho visto prima di cadere a terra. Cosa mi dicevi, tesoro? Io e te che prendiamo un aperitivo sulla spiaggia. Cosa mi dicevi? “La vita è un cinema, baby”.

Prima di sentire quella specie di puntura al collo.

Mi ami? Si? Anch’io ti amo, mentre mi porgi un cocktail e le tue labbra roventi. Sì, stasera faremo l’amore, noi due, sulla spiaggia. Lasciatemi qui, sulla spiaggia, per favore non portatemi via, NON PORTATEMI VIA!

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: vongola alle ore 13:51 | Permalink | commenti (2)
categoria:amore, donne

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