



Un regalo di fine anno
Sogni lisergici
Interno. Primo piano sul tavolo. Ci sono dei cd sparpagliati, una bottiglia di grappa alle rose, dei bicchieri. La tovaglia è macchiata. Caffè, forse. Bragaglia sta schiacciando dei sassi con una carta di credito. Non è mica facile, pensa. Ci vuole la mano, per fare certe cose. E lo dice. Benelli sta armeggiando con una bottiglia di Rum e una di cola. Un bel Cuba Libre.
Campari sta sdraiato sul divano, i risvolti dei pantaloni giganteschi, un po’ stile teddy boy, la maglietta stretta che fa una curva tipo collina sulla zona addominale. E’ appena uscito dall’ospedale. Quanti giorni sono passati? cinque? sei?
Non ricordava. Non si ricordava quasi niente di quello che era successo. Sì, qualcosa era successo. Gli avevano detto di smetterla con le droghe, di smetterla con il fumo e con l’alcool. Ora era ubriaco, stava fumando e stava per farsi una pista di cocaina.
Benelli li osservava. “Perché siamo così?”, chiese.
“Così come?” gli rispose Bragaglia
“Così annoiati”
“Ma noi non siamo annoiati. Tu sei annoiato?”
“Nah, I-o N-n-on p-ppenso”, farfugliò Campari 
“E invece sì, ve lo dico io. Siamo tutti annoiati. La noia è qui, ora, adesso, ci accompagna. Perché ci chiudiamo in una casa a svuotare bottiglie di superalcolici e ad imbottirci di cocaina così poi che continuiamo a vuotare bottiglie fino alla mattina? Perché non sappiamo più divertirci, perché alla fine è soltanto mezzanotte e potevamo andare in qualche locale, potevamo andare a ballare, a spalmare di merda qualche macchina, una cazzata qualsiasi. Invece No. Invece siamo qua. Già, siamo qua. A pensare al nulla. In fondo non ci vuole molto per essere felici. No? Quando eravamo più piccoli, a tredici, quattordici anni, ci mettevamo poco a divertirci. E lo sapete perché? Perché il nostro tempo era limitato. Non potevamo stare fuori tutta la notte. All’inizio non potevano stare fuori neanche tutto il giorno. Allora tutto aveva più sapore. Ogni secondo che passava era goduto appieno. Adesso invece abbiamo ventiquattrore da spendere e non ce la facciamo. Non ce la facciamo a spendere tutte queste ore”.
“Vabbè vieni a farti questa pista intanto”
“Sì me la faccio questa pista, ma il discorso non cambia”.
Le droghe. Il mondo era pieno di droghe. Bastava sceglierne una. Aveva cominciato verso i diciassette anni a fumare, in contemporanea con le sigarette. Poi vennero marijuana, hashish, popper, acidi, micropunte, gelatine, colla, cocaina e una volta, solo una volta, eroina, per naso. Ma non si era mai attaccato a nessuna di queste. Non le sentiva importanti, non gli mancavano. Così poteva destreggiarsi nell’uso degli stupefacenti senza cadere nei loro tranelli.
L’uso dell’eroina era stato fortuito. Nel senso che il suo acquisto non era stato previsto. Una fregatura presa nei vicoli di Amsterdam. Lo spacciatore fuori dal Bulldog gli rifilò una pallina. Non era cocaina. La cocaina è bianca. Quella era brown sugar. Il problema della lingua e una certa dose di stupidità e il gioco era fatto. E che dovevano farne? Buttarla via? La tirarono su per il naso.
Poi un libro che aprì la sua conoscenza e gli fece cambiare atteggiamento verso le droghe: ‘The doors of perception’ di Aldous Huxley. Una maggiore consapevolezza dell’utilizzo dell’acido lisergico per poter scientemente ampliare la propria coscienza e le potenzialità nascoste del nostro cervello.
Sì sentì un forte botto, Sarà stato a un chilometro in linea d’aria, più o meno. No, non era stato un tuono. Troppo forte. Un boato sordo che squarciò l’aria seguito da sirene su sirene.
“Che cazzo è? Una bomba?” disse Campari
“Accendi la tele” rispose Bragaglia. “Se è una bomba devono per forza dirlo”.
I programmi erano stati interrotti. Un mezzobusto televisivo stava leggendo qualche notizia importante, mentre alle sue spalle scorrevano le immagini di un incendio e si vedevano delle macchine della polizia e dei vigili del fuoco.
“Alza il volume cazzo!”
“Toh pirla. Tieni il telecomando”
“…è esploso al PAC, il padiglione d’arte Contemporanea a Milano. Ci sono dei feriti, forse dei morti. Non abbiamo altre notizie per il momento…”
“Cazzo allora è proprio una bomba. Andiamo li?”
“Ma che cazzo dite? Siamo nel 2005. La bomba è esplosa nel 1992. Che cos’è, uno scherzo? Ma non vi rendete conto che c’è qualcosa che non va? Quello che è passato in televisione è un telegiornale di tredici anni fa!”.
“Ma che sei scemo? 2005? Questo s’è bruciato il cervello. Oh, ma l’hai sentito? Che hai inghiottito stasera?”
“Ok. Allora quanti anni ho io?
“Tu?”
“Sì cazzo. Quanti anni ho?”
“Venti. Quanti anni vuoi avere?”
“Non ho vent’anni. Vent’anni li avevo tredici anni fa”
“Tu tredici anni fa avevi sette anni”
Sette anni. A sette anni Marco si divertiva a giocare sulla spiaggia con le biglie di plastica, quelle con le foto dei ciclisti.
Ma tredici anni prima Marco non aveva sette anni, di questo ne era sicuro. Non poteva essersi inventato tutta la sua vita fino a ieri. E il suo lavoro? E la laurea? E della sua vita che cosa ne era stato? Le persone che aveva conosciuto, i viaggi che aveva fatto, le cose che aveva detto e quelle che non aveva detto, le donne che aveva amato, era stato tutto un sogno? Non era possibile.
“Ma stai male, Marco?”
“No io sto benissimo e voi smettetela di fare i coglioni. Te lo ripeto: in che anno siamo?”
“Figa è il 1992. Ascolta Marco, adesso basta. Mi stai facendo preoccupare, disse Campari. “Vieni con me”.
Campari lo portò in bagno. “Guardati”
Benelli guardò la sua immagine riflessa nello specchio e vide se stesso com’era una decina di anni prima.
“Sto male” disse. “Ho bisogno di aria. Dammi da bere”.
Benelli e Campari tornarono in soggiorno. Marco cercò di pensare. La casa non c’era dieci anni prima. Cioè la casa c’era ma non ci sarebbe potuto stare lì, visto che quella casa Bragaglia l’aveva comprata da un paio d’anni al massimo. Titò giù un paio di bicchierini di grappa e guardo in faccia i due pirla. Non ridevano.
“Va bene, e allora quest’appartamento? Questo l’hai preso due anni fa. I mobili li ho portati anch’io col camion”.
“Io ho sempre abitato qui. Che stai dicendo?”
“Ah sì teste di cazzo? Usciamo. Andiamo a vedere che cosa è successo allora a Palestro davanti al PAC, così la finite con questo scherzo”.
Presero la macchina di Bragaglia che stava proprio sotto casa.
“Hai cambiato macchina? E
“Quale Subaru? Io c’ho sempre avuto il Golf”
“Va bene, Dio boia! Va bene! Vogliamo andare a Palestro così la finiamo? Mi state rompendo i coglioni. Fin quando era uno scherzo di due minuti, andava bene. Ora basta però”.
Imboccarono la circonvalla. Dopo una decina di minuti arrivarono vicino al PAC. La zona era transennata. Macchine dei vigili, della pula e dei carabinieri sfrecciavano avanti ed indietro. La zona era illuminata dai lampeggianti. C’era tanta gente per strada. Lasciarono la macchina in una strada vicino a Scienze politiche.
Benelli corse verso il parco di Palestro. In mezzo alla gente c’erano anche dei giornalisti. Si avvicinò al capannello di persone e chiese ad una persona che stava fotografando l’incendio “che è successo?”.
“Una bomba” gli rispose quello senza girarsi
“Come una bomba? Ne è sicuro?”
"Questo è quello che dicono. Ci sono anche dei morti. Dei vigili e forse un extracomunitario”.
“Cazzo. Per la seconda volta”
“Come seconda volta?
Il fotoreporter noi girò guardando in faccia Benelli
“Ma non ci conosciamo noi?”
Marco sbiancò. Era Stefano Lantani, un cronista del ‘Giornale’. Non lo vedeva da diversi anni. Lantani era morto nell’agosto
Marco svenne. Diventò tutto buio.
L’urlo che uscì dalla sua bocca fu qualcosa di disumano e terribile. Un urlo di pazzia. Ansimò, cercò di riprendere fiato.
Bragaglia e Campari stavano guardando la televisione.
I due si girarono e guardarono Marco con aria stupita.
“Che anno è? In che anno siamo? La bomba?”
“Che, stai male?” Disse Campari.
“L’unica bomba che abbiamo visto è quella che ti sei preso te”.
“Vaffanculo, basta, basta con tutto. O forse no”.
Cuba Libre:
Ingredienti: 1/3 di ron Silver dry (ca. 60 gr.) - ½ il succo di mezzo limone – ghiaccio tritato – 2/3 refresco di cola (ca. 120 gr.) Preparazione: si uniscono il ron, il succo di limone ed il ghiaccio nel bicchiere (un tumbler medio) e si colma con il refresco di cola. Per adornare un fettina di limone.
“E’ ora. Scendiamo” Il fuoco dell’accendino illuminò il volto di Piero. Aveva una cicatrice vicino all’occhio, una bottigliata ricordo di una cena un po’ troppo alcolica di qualche anno prima.
Sulla macchina erano in tre. Piero, Enrico e un amico dello slavo. Per Enrico si trattava di rendere un favore. Glielo aveva detto lo slavo dandogli la pistola: “E’ un prestito. Mi dovrai un favore quando mi servirà”. Ora era giunto il momento di rendergli il prestito, e quando c’era da rendere un favore allo slavo, non era mai nulla di buono. Il giorno prima Enrico e Piero erano andati in Ticinese, dove si erano fermati a bere qualche whisky al Noir. Il tempo primaverile ormai permetteva di sedersi ai tavolini all’esterno. Ripresa dal fondo. In avvicinamento. Zoom sui bicchieri. Anelli su mani curate. Oro ed unghie laccate. Donne con culi di marmo passeggiano sul corso, mentre un sorriso luccica al sole. Dente con brillante. Il cameriere avanza mentre la mpd scorre in orizzontale lungo il bar, come a tagliarlo. Forse non dovevo esserci. Dovevo andare lontano, lontano, lontano. Flash. Azione. Accendo una sigaretta. Particolare sulla bocca che aspira. Lo slavo li stava aspettando. Insieme a lui c’era un’altra persona. I quattro si sedettero ad uno dei tavolini. “Questo è Goran” disse lo slavo. “Dovete andare con lui a fare un lavoretto. Poi vi spiegherà tutto quando sarà il momento.” Oh, ma non è che puoi dirmi che c’è da ‘fare un lavoretto’ e poi chiuderla lì. Che cazzo di modo è di fare! Non sono mica uno dei tuoi pupazzi. Tu a me una spiegazione me la devi dare!” Disse Enrico. “E poi io che c’entro?” Aggiunse Piero. Lo slavo si alzò battendo un pugno sul tavolo. “Tu pezzo di merda non puoi parlare così a me! Quando avevi bisogno sei venuto a chiedermi un favore, no? Io ti ho chiesto qualcosa? Ti ho chiesto spiegazioni? No, giusto? E allora non rompere i coglioni!”
“Ok, Ok. Ma non è mica il modo di fare. Non c’è bisogno di scaldarsi” Disse Enrico. Aveva sbagliato a parlargli così. Lo slavo era pericoloso. “In quanto a te, stronzo, mi devi tremila euro di cocaina. Quindi, o hai subito da darmi i soldi, o vai con loro. In alternativa ti puoi prendere una pallottola in testa da Goran. Vero Goran?”.
L’uomo si mise a ridere. La pelle di Piero si accapponò, mentre qualcosa che si chiamava paura, lo prese allo stomaco.
Lo slavo, Slatan il suo nome, era venuto a Milano dopo la guerra civile in Bosnia.
Lui era di etnia serba, anche se parte dei suoi parenti si erano sposati con dei bosniaco musulmani. “Tutta merda” diceva, quanto raccontava dei primi tempi di guerra.
In quel periodo p
restò servizio nelle formazioni paramilitari serbe, i cetnici. Un giorno, durante una perlustrazione sulle montagne tra Trebinje e Dubrovnik, gli spararono. Un solo colpo di proiettile lo passò da parte a parte, sparato da chissà dove da un cecchino croato. Poi altri due colpi e il suo compagno cadde in avanti con un buco in testa, mentre gli altri si buttarono a terra. Erano caduti in un’imboscata. Incominciò lo scambio di battute mortali tra colpi di mitragliatore e sordi botti di mortaio. La morte rideva mentre i suoi occhi si chiudevano ed il prato si colorava di rosso.
Alla fine lasciarono due cadaveri e diversi feriti sul campo.
Lo portarono in un ospedale. Dicevano che era spacciato. Ma il proiettile non aveva leso nessun organo vitale.
Dopo qualche mese lo mandarono a casa.
I contatti presi sotto le armi gli servirono a guerra finita, quando iniziò con altri militari il traffico di armi verso l’Italia. Un generale croato si mise d’accordo con alcuni ex terroristi passati alla delinquenza comune. E allo slavo lo mandarono per tenere i rapporti a Milano.
Il traffico rendeva bene. Per ogni Kalashnikov portato via dalle ex caserme Jugoslave si facevano un paio di milioni delle vecchie lire in Italia. Senza contare granate, proiettili e tutto il resto della dotazione.
Le armi passavano via terra e, portate a Milano, venivano rivendute od utilizzate per compiere rapine a banche e a furgoni portavalori.
Così l’attività dello slavo diventò molto fiorente, ingrandendosi e prendendo anche altri campi come lo spaccio di cocaina e lo sfruttamento della prostituzione. E quanto si allargavano i suoi affari, così aumentava la comunità dei serbi legati a lui ed al generale.
“Allora ci si vede domani qui alle otto. Puntuali”
“Puntuali un cazzo”, rispose a denti stretti Enrico.
“Ora come ne usciamo da questa storia? Non mi piace per un cazzo” gli chiese Piero
“Non c’è proprio da uscirne, a meno che tu non voglia prendere un appuntamento al piano sotterraneo del S.Carlo”
“Come? Perché che c’è al piano sotterraneo del S.Carlo?”
“L’obitorio, coglione”
“Ah. Forse è meglio che mi prenda qualcosa da bere”.
“Forse è meglio di sì”.
Fruscio. Colori sfarfallano mentre velocemente cambiano i punti di visione. La scena va avanti e poi di colpo si blocca. Ralenty e slow motion su riprese in orizzontale. La musica segna i miei movimenti. Tum tum avanzo di un passo. Tum indietro. Tum tum è come un cuore malato. Guardami adesso. Il liquido scende per la mia gola disinfettando ogni cosa. Brucia, mentre aspiro fumo e urlo. Ripresa dall’alto. Restringi, restringi sul particolare. Flash. Una spilla con un ramarro argentato. Chiudo gli occhi e cado. Dissolvenza.
Piero aprì gli occhi in un letto che non era il suo.
La stanza era inondata dal sole. Il suo primo movimento gli causò una forte fitta al collo e gli venne da vomitare. Di traverso vide un paio di gambe. C’era una donna nel letto. Era sdraiata sulla pancia. Lunghi capelli rossi le coprivano la schiena.
La ragazza si giro è lo guardò in faccia.
“Ciao” gli disse.
“Ciao. Scusa ma tu sei…”
“Non ti ricordi neanche come mi chiamo? Eppure ieri sera non mi lasciavi un secondo”
“Ieri sera? Cazzo, la festa! Ora ricordo, sì, tu sei l’amica di Vale. Susanna no? Siamo a casa tua?”
“Sì. Vuoi un caffè e un analgesico? Hai una brutta faccia. Ieri eri conciato da buttar via, ma eri anche molto sexy”.
“Lo so. Quando sono ubriaco do il meglio di me stesso”
Il sole fuori era già alto. Si sentivano i clacson delle macchine in fila. Qualcuno tirò una bestemmia.
“Dove siamo? E che ore sono?” Chiese Piero.
“A Pero e sono le sei”
“Cristo! Le sei? Ho un appuntamento alle otto in Ticinese. Posso farmi una doccia? Ce l’hai un mezzo?”
“Perché tutta questa fretta? E’ così importante?” Chiese lei
“Mi vuoi rivedere?”
“Beh, sì”
“Allora fammi arrivare alle otto in punto in Ticinese”.
La macchia sfreccia lungo le vene della città. Arterie pulsanti di un animale ferito. Arterie sottili come lingue distese sul corpo di Dio.
Gira tutto velocissimo. I colori si fondono l’uno con l’altro fino a diventare una striscia unica. Chiudo gli occhi per non vomitare. Il rumore delle ruote che frenano mi riportano alla realtà. Flash. Apro gli occhi e vedo il buco nero che mi sta inghiottendo. Proprio davanti al bar. Azione.
Piero si diresse al bagno. Mentre passò davanti al bancone ordinò un Mojito. “Un Mojito in arrivo” urlò il barista.
La musica era assordante. Campari era seduto da solo ad un tavolo.
“Ueh Piero! Allora?”.
“Tutto bene. Tu che fai?”
“Sto aspettando Cunzolo. Vuoi un pist?”
“Se ce l’hai…”
“Come No. Ti raggiungo in un attimo”.
Piero si chiuse in bagno, tirò fuori un pezzo da 50 e lo arrotolò. Poi tirò fuori la carta di credito e l’appoggiò sul cassone dell’acqua.
Due colpi alla porta. “Chi è?”
“Campari. Aprimi”.
Campari entrò e appoggiò un pacchettino di stagnola sul cassone.
“OK. Adesso stendila” gli disse Piero.
“Dammi una carta. Ah no, è già qui”
Campari stese due righe sul cassone e aspirò la prima. Poi tirando sul col naso passò i soldi arrotolati a Piero.
“Cazzo è bella forte! Chi te l’ha data?”
“Il solito. Il vecchio spaccia”
“Procuramene un paio di grammi. Penso che ne avrò bisogno, stasera”
“Va bene”.
Campari piegò la stagnola e se la rimise nel pacchetto delle sigarette.
I due uscirono dal bagno e si divisero. Piero passò per il bancone e ritirò il Mojito. Al posto del cocktail lasciò giù un cinquino e uscì dal locale.
Lo sbuffo di fumo del sigaro mi investe appena esco. Panoramica dal basso verso l’alto sulle lunghe gambe di una dea a pagamento. Sento odore di paura. Il lampo di uno zippo desta l’attenzione di lei. Chiudo gli occhi. Flash. Li riapro. Azione.
Lo slavo stava fumando un sigaro. Accanto a lui Goran, il suo tirapiedi, e una sorcia d’alto bordo.
“Mio caro amico, allora tutto a posto? Dov’è Enrico?” Disse lo slavo.
“E che cazzo ne so? Mica sono suo fratello! Che pensi, che sono sempre attaccato alle sue mutande?”.
“No, ma se non viene tu vai lo stesso. Di questo stanne certo” Disse lo slavo, scandendo le ultime parole..
Goran attaccò a ridere. Il suo era un ridere fastidioso, quanto lo stecco di un ghiacciolo passato sui denti. “Glieli farei cascare tutti quanti quei denti” pensò Piero “ma non posso”.
Dopo una buona mezz’ora arrivò Enrico. Era tutto sudato.
“Mbeh?” Gli disse Piero.
“Quella stronza di mia moglie. Non voleva lasciarmi uscire. C’erano i suoi a cena e mi voleva costringere a stare in casa”, disse Enrico. “Le donne a volte sembrano fatte apposta per rompere le palle”.
“C’è lo slavo con il suo pupazzo”, gli disse Piero.
“L’ho visto”.
I due si diressero al tavolo dello slavo.
“Oh, guarda chi c’è! Mi sembrava di averti detto di essere puntuale” disse lo slavo. “Non mi piacciono i ritardatari. Se arrivi in ritardo agli appuntamenti non sei affidabile. E se non sei affidabile, non mi servi. E se non mi servi allora ti posso ammazzare” Rise.
“Hai visto un bel poliziesco ultimamente? Chi sei, Kaiser Sose? ”, disse con tono di scherno Enrico.
Goran fece per alzarsi di scatto ma lo slavo lo prese per un braccio tirandolo giù.
“Ti va di scherzare? Vediamo se ti verrà di scherzare anche dopo il lavoro”, disse lo slavo.
“Non lo so se mi andrà o no di scherzare. Non mi hai ancora detto che cosa dobbiamo fare”
“Ora lo saprai. Goran, prendi la macchina, portala qui. Poi andate”.
Non appena Goran arrivò con la macchina, Piero ed Enrico saltarono su.
Mentre la macchina risaliva Corso San Gottardo, incrociarono una ambulanza che si dirigeva a grande velocità verso
Il solito pirla del sabato sera che è andato giù, pensarono tutti e tre.
La macchina si diresse verso la tangenziale. Poi ancora più fuori, verso l’hinterland di Milano. Lo slavo non parlava e nessuno dei due passeggeri aveva voglia di parlargli.
Le campagne intorno a Milano portano sempre qualcosa di triste.
Una pianura eternamente uguale, senza dislivelli né avvallamenti. Ancora più triste è quando tutto viene avvolto dalla nebbia. Milano diventa un involtino di nebbia, mentre l’irrealtà la fa da padrone, mescolando le carte. E’ allora che da qualunque parte si vada, sembra di non andare da nessuna parte. E da nessuna parte andarono, nonostante si trovassero in macchina da più di mezz’ora.
“Siamo arrivati.” Disse Goran
“Minchia era ora. Mi sto pisciando addosso.” Disse Piero. “Ma si può sapere dove siamo?”
“A Melzo. Qua c’è casa mia. Devo fare una cosa. Il posto non è lontano”.
Goran disse ai due di restare in macchina e si diresse
verso una vecchia cascina. Al primo piano c’era una luce. Quando Goran si avvicinò alla cascina la tenda della finestra si scostò leggermente. Poi si richiuse di colpo e dopo pochi secondi la porta si aprì. Una ragazza bionda venne incontro all’uomo. I due si abbracciarono e si baciarono. Poi Goran entrò nella cascina.
“Beh? Che ne pensi di tutta questa storia?” Disse Piero
“Ne penso male. Non sappiamo un cazzo di niente. Per come siamo messi quello magari ci vuol fare fuori tutti e due”
“E lo slavo faceva tutta questa scenata per farci fuori? E poi ci hanno visto almeno una decina di persone salire in macchina con il tirapiedi dello slavo. No, No è possibile. La cosa mi puzza ma non riguarda noi, almeno per questa volta.”
Dopo pochi minuti Goran uscì dalla cascina.
“E’ mia moglie” Disse, intuendo lo sguardo dei due.
Risalirono tutti sulla macchina e si diressero verso la provinciale.
Dopo un lasso di tempo calcolabile quanto una fumata di sigaretta si fermarono nuovamente.
Usciti dalla macchina Goran aprì il portabagagli e tirò fuori due fucili. Uno a pompa e l’altro con il calcio segato.
“I fucili sono carichi.” “Prendeteli. Ora vi spiego tutto”
“Beh, forse sarebbe meglio” Disse Enrico.
“Dovete entrare in quel cascinale e salire fino al primo piano. Sulla sinistra c’è una porta. Entrate e, beh, lo sapete cosa dovete fare no?”
“Sparare a chi? Ma che sei scemo?” Disse Piero. “Io non ho mai sparato a nessuno, tanto meno su commissione. A chi cazzo dovrei sparare? E se c’è un bambino? E se qualcuno mi tira appena apro la porta? Io non li conosco neanche! Vaffanculo! Col cazzo che vado la dentro”
“Tu ci vai eccome. Altrimenti te la vedrai con me e con lo slavo”
“Sei sicuro che non ci sono carabinieri in giro?” chiese Enrico.
“Non ti preoccupare” gli rispose l’amico dello slavo. “La caserma più vicina è a una ventina di chilometri. Qui è sicuro. Non vedo quanti buchi ci sono nei cartelli? Vengono tutti qui a provare le armi”.
I cartelli erano tutti sforacchiati. Rose di pallettoni adornavano le indicazioni Milano, Monza. Qualcuno aveva anche provato a colpire i lampioni, ma con scarso risultato.
Si diressero verso una strada sterrata al termine della quale c’era un cascinale.
“Assomiglia alla casa dove siamo stati prima” Disse Piero.
“Le cascine sono tutte uguali”, gli rispose Enrico. “E poi la strada non era sterrata.”
“Sì, ma a me sembra la stessa”
“E’ ora. Scendiamo”
Non sarei mai venuto qua se avessi saputo tutto. Ma ora è tardi. Il mio cervello incomincia a vagare. Non sono qui. Sto seduto in casa guardando il televisore spento. Il mio gatto, assopito sulla poltrona e fuori il rumore di un tram che scampanella sui binari. Flash. Mi accenderei volentieri una sigaretta. Azione.
Il fuoco dell’accendino illuminò il volto di Piero. Aveva una cicatrice vicino all’occhio, una bottigliata ricordo di una cena un po’ troppo alcolica di qualche anno prima.
“E’ ora. Scendiamo” 
La porta sul retro era aperta. Piero ed Enrico entrarono e salirono piano le scale. La porta era accostava. All’interno si intravedeva una figura, in piedi davanti alla finestra. Pareva che li avesse attesi.
La stanza era illuminata dalla luna.
Due detonazioni squarciarono il silenzio della campagna, poi più nulla.
L’uomo cadde con la faccia in avanti. Anche se della faccia non era rimasto molto.
Lo centrarono da due punti diversi. Un bel tiro incrociato per due alle prime armi.
Fecero rotolare il corpo di Goran in una roggia
La ragazza uscì dalla casa e salì in macchina con loro.
Ora rimaneva un problema, quello più grosso. Lo slavo.
5/10 di rum
5/10 di Schweppes
3 o 4 pezzetti di lime
zucchero di canna
foglie di menta
Direttamente nel bicchiere da long drink mettere i pezzetti di lime e due o tre cucchiaini di zucchero di canna. Pestare bene facendo spremere i lime affinché si impasti con lo zucchero. Riempire il bicchiere fino all'orlo di ghiaccio tritato. Riempire a metà di rum e metà di schweppes (acqua tonica). Aggiungere qualche fogliolina di menta fresca e mescolare bene facendo risalire anche i lime e lo zucchero.

Una pistola per due
Argos. Edgware Road, 2001, Londra.
“Mi piace quella. The big one.”
La collana d’oro era di quelle da boro larghe almeno un dito, tipo catena di bicicletta. Alex Polidoro, nato a Padova il 15/6/1969, rapinatore di banche, latitante.
“Che cazzo te ne fai di una catena del genere?” gli chiese Benelli. “Cioè, voglio dire, non è che mi voglio fare i cazzi tuoi ma dovresti fare attenzione a come spendi i soldi”
Marco Benelli. Nato a Milano il 14/7/1972, laureando, fancazzista.
“Ce li ho i soldi. Sono in Italia. Basta andare a prenderli”.
Ma che ci faceva il Polidoro in Edgware Road, zona 1, da Argos?
E che ci faceva Benelli a Londra?
Una serie di vicissitudini finanziarie avevano portato Benelli via dall’Italia. Serviva almeno un anno, per liberarsi dei creditori più insistenti e Benelli aveva pensato di far sparire le proprie tracce andando in un Paese straniero. Intanto faceva qualche reportage fotografico per una rivista di piante e fiori. Benelli si ritrovò Polidoro sotto casa con una valigia in mano una mattina di ottobre. Era un amico del suo coinquilino, Franco, un ex skinhead ora cuoco omosessuale che si divertiva a travestirsi da donna organizzando improponibili sfilate di queers nel salotto. Prima Franco girava pure nel parco sotto casa truccato come una baldracca, ma da quando una banda di ragazzini l’aveva riempito di botte tentando di infilargli nel culo una mazza da baseball, aveva rinunciato al suo voyeurismo, relegandolo all’interno delle quattro mura di casa, al riparo da sguardi indiscreti e mazzulatori della notte.
Alex Polidoro, ma il suo vero nome era Andrea, scappò non appena venne rilasciato per decorrenza dei termini in attesa del processo. Una carta di identità falsa, il primo Eurostar diretto a Parigi e da lì a Londra, ed il gioco era fatto.
L’uomo sembrava un orco. Il suo aspetto non era dei più rassicuranti: una stazza da lottatore di sumo e svariati tatuaggi, collo compreso, lo rendevano simile ai personaggi del sottoproletariato urbano di Londra. Criminali, sfruttatori, skinhead, emarginati, alcolizzati. O tutto questo insieme. Ma il problema principale per Polidoro non erano i tatuaggi, che li avevano tutti, sbirri compresi. E’ che non sapeva una parola di inglese. Quindi bisognava accompagnarlo per qualsiasi cosa: dalla ricerca di un lavoro alla spesa al supermercato, dal baracchino delle sigarette al pub. Ed era una corsa contro il tempo. Perché Polidoro era partito con pochi soldi in saccoccia convinto di potere trovare una rete di conoscenze che gli avrebbero permesso di trovare una sistemazione adeguata nella capitale inglese. Appena arrivato si era reso conto in poco tempo che la tanto paventata solidarietà, che quelli del suo giro gli avevano fatto intendere, era una completa fregatura. Senza soldi, senza sapere la lingua, per Polidoro la latitanza presto si trasformò da libertà in schiavitù. 
Così un giorno, quando ormai le sterle si erano quasi ridotte all’osso, propose a Benelli il recupero di una grossa somma che, a suo dire, era custodita in un campo zingari alla periferia di Padova. Soldi suoi, beninteso, solo che lui non poteva, vista la situazione, andare personalmente a prendere. Si trattava di una somma intorno ai cinquanta milioni che questo capozingaro gli aveva tenuto da parte.
“E’ un lavoretto facile” disse un giorno Polidoro. “Devi soltanto andare in Italia e poi tornare indietro con la grana. Di te mi fido”
“Sì? E se scappassi con i soldi? Chi te l’ha detto che tornerei indietro se avessi cinquanta testoni in tasca?”
“Torni torni. Lo so che non mi freghi”
“Vabèh. Diamola per buona che torno. Ma chi mi garantisce che questi non mi ficcano un coltello nello stomaco appena esco dal campo riprendendosi i soldi?”, gli rispose Benelli.
L’ipotesi non era tanto buttata là per caso. Quando Marco era ragazzino, in mezzo ai casermoni popolari di Corsico, l’aveva visto fare più volte quel giochetto: si vendeva una partita di qualche chilo di hashish, per poi rapinare i malcapitati poco distante dallo scambio. Era un giochino rischioso e andava fatto sapendo prima chi erano gli acquirenti, perché c’era sempre il rischio di andare a toccare qualcuno di pesante. E di morire.
Andrea Polidoro. Un nome, una garanzia. Lo vennero a prendere la notte del 3 marzo 1999 a casa sua. Il suo “socio” era stato beccato nel tentativo di incassare un assegno rubato durante una rapina ad una banca. Un errore da principianti che nessun criminale di livello avrebbe mai fatto. Il perché il socio di Polidoro lo fece, neanche Polidoro sa spiegarselo.
Alex e il socio si erano specializzati nelle rapine alle casse continue. Il meccanismo per l’apertura delle casse era semplice quanto rumoroso: si collegava una bombola di gas sigillandola alla cassa continua. Quando il gas riempiva l’interno della cassa di sicurezza, faceva esplodere la cassa continua. A volte oltre a far saltare la porta, bruciavano anche i soldi. I nuovi modelli che fornivano alle banche però, erano provvisti di sfiatatoi. La storia del gas non serviva più ad un cazzo, quindi.
Così Polidoro dovette ripiegare sulle rapine ‘classiche’.
Se entri in una banca con le armi spianate, però, cambiano i reati e il corrispondente numero di anni che si prendono se la pula ti arresta. Così Polidoro pensò bene di sparare anche ad una guardia, durante la rapina alla Banca Nazionale del Lavoro. La centrò ad un ginocchio. Giusto per tenerla tranquilla. E giusto per arrotondare la pena nel caso fosse stato preso.
La storia del campo zingari si perde in mezzo alle sue tante storie di vita. Un novello Ghino di Tacco, un criminale gentiluomo, un artista della rapa. Come quella al Mc Donald di Padova: una rapina stile ‘Point Break’, soltanto che le maschere utilizzate non erano quelle dei presidenti statunitensi, ma quelle di due scoiattolini della Disney: Cip e Ciop. “I banditi scoiattolo” li soprannominarono nei numerosi articoli di giornale. Grazie alla cazzata dello stolto socio di Polidoro, la pula arrivò presto anche a lui. E il socio non si limitò a farsi beccare. No, vuotò tutto il sacco non appena finì in questura. Nomi, cognomi, rapine. Qualsiasi cosa gli avesse permesso di scalare qualche numero dal cifra del montepremi, lui l’avrebbe fatta.
E naturalmente Alex diventò una sorta di pattumiera del reato Quando i pulotti arrivarono in casa all’alba, sembravano teleguidati. Sapevano dove mettere esattamente le mani senza buttare tutto all’aria e sfasciare materassi e mobili. Arrivarono anche alle armi e all’esplosivo che Alex teneva sotto le piastrelle della lavatrice.
Per tirare su qualche soldo in attesa di tempi migliori, Benelli e Polidoro organizzarono un giro di sigarette di contrabbando. Il loro uomo era un grasso arabo di nome Abdel che stava tutto il giorno a giocare a carte al “Caffè nero” di Edgware road. Stabilito il contatto, l’arabo chiedeva di quante stecche avevano bisogno e poi si allontanava per andarle a prendere. Facevano il pieno di Marlboro e Camel provenienti da Dubai e altri duty free degli aeroporti: Amman, Casablanca, ogni capitale era buona. Le sigarette poi finivano in alcuni ostelli gestiti da italiani. Certo era un giro piccolo, poca cosa, ma intanto permetteva loro di fumare gratis, che in Inghilterra vuol dire qualcosa, visto il costo di un pacchetto di sigarette. Una piccola parte di guadagno comunque se la facevano. Ma questo non permetteva loro di vivere. Per riuscire a stare a galla, in una città come Londra, servivano almeno duecentocinquanta sterle a settimana. A Benelli il contratto con la rivista di piante e fiori ‘Eucalyptus’, rendeva si e no un duecento sterline a servizio. Se ti vuoi togliere qualche sfizio tipo un paio di pinte in più e il sabato sera a cena fuori, devi arrivare a trecento. Nel frattempo casa Benelli era diventata una succursale del pub che stava dall’altra parte della strada. Polidoro aveva comprato freccette e bersaglio e così passavano i pomeriggi a bere birra da discount presa al Tesco e a fare partitelle a freccette. Polidoro dimostro ben presto una innata capacità di centrare il rosso, segno che la mira presa a sparare durane i colpi a qualcosa gli era servita. Impara l’arte e mettila da parte, dice un proverbio. Forse era il caso di lanciarlo in qualche torneo serio dove frusciavano anche le banconote di Her majesty the Queen. Forse.
Dopo un paio di settimane incominciarono ad andare all’ufficio di collocamento. In Inghilterra il sistema funziona meglio rispetto a quello italiano. Si può dire anche che in Italia il collocamento non funziona. Nel Regno Unito invece, il servizio è affidabile e concreto. Alla fine gli trovarono un lavoro a tutti e due: lavapiatti in un grande albergo. L’Hilton London Metropole. Un gigantesco albergo che stava d’angolo tra Edgware Road e . Un cazzo di palazzo immenso, frequentato dai migliori figli di puttana del jet set internazionale e da torme di turisti americani. Ma loro tutto questo non lo vedevano. Per andare a lavorare si entrava da una porta con la serratura elettronica posta sul retro dell’edificio. Le cucine erano qualcosa di fenomenale. Dovevano lavorare per i tre ristoranti dell’albergo. Era qualcosa di infernale: pentoloni giganteschi che per lavarli si doveva entrare dentro con uno spazzolone e la canna dell’acqua. Sembrava di stare in una cazzo di catena di montaggio. Il lavoro diventava frenetico prima e dopo gli orari del desinare.
C’erano macchine lavapiatti che lavavano tutto in cinque minuti, spruzzini flessibili ed allungabili che facevano uscire acqua a sessanta, settanta gradi. Roba che ti ustionavi se non indossavi dei lunghi guanti di gomma che arrivavano sopra il gomito. Erano entrati nell’olimpo dei lavori di merda. In certi momenti sembrava impossibile resistere all’avanzata di pentole, posate e piatti che arrivavano di getto continuo dai carrelli dei camerieri che tornavano dalle sale ristorante. Oltre a questo, si doveva fare il giro delle postazioni dei cuochi che ammassavano il pentolame utilizzato da un lato. Se non passavi in tempo incominciavano ad urlare e spesso le colonne di pentole rovinavano a terra, richiamando l’attenzione dei responsabili. Polidoro ci resistette due giorni in quel puttanaio, accampando la scusa di un dolore ad una gamba che gli impediva di lavorare in piedi. Benelli invece un mese. A quel punto Alex decise di tentare un colpo anche in quei luoghi. Inizialmente fece il giro di un paio di negozi di modellismo per scegliere delle armi giocattolo il più possibile simili a quelle reali. Alcune riproduzioni in metallo, a parte il tappo rosso, sembravano proprio vere. Polidoro pesò i vari modelli e scelse una Colt Python e una una Beretta (quella in dotazione alle forze armate americane). “Queste vanno bene. Il peso è quello giusto. Per quello che ci servono vanno benissimo”
“Ma sei sicuro di quello che fai?” chiese Marco.
Qui se ti beccano il carcere è molto peggio. Qui la pena te la fai tutta. E dopo ti rimandano a casa per farti l’altra, di galera.”
“Mi frega un cazzo, questa non è vita. Se non posso lavorare, se non trovo niente perché non so l’inglese, che cazzo faccio quando finisco i soldi? Vado sotto il ponte di Vaterlu?”
“Waterloo, Alex si dice Waterloo”
“Ecco cazzo, appunto”.
Oggi vi parlo di un mio amico. Il suo nome è A.B., un cristone che passa i cento chili, tatuato e con quell'aria che hanno quelli che non hanno un cazzo da perdere. A.B. mi ricorda Edward Bunker. Non tanto perchè si somigliano, ma per il loro curriculum penale. Come tutti saprete, cari micioni (lo "Spud" di Welsh mi sta inflazionando il linguaggio, cazzo!...)
Edward Bunker è stato Mr. Pink in "Reservoir Dogs" di Tarantino. Ma le sue esperienze reali da perfetto gentleman della pistola risalgono alla sua giovinezza ribelle. Beh, A.B. è uno come tanti che ha preso una strada a senso unico a 100 all'ora sapendo di schiantarsi contro un muro. L'ho conosciuto a Londra, non mi ricordo nè come nè quando, nel periodo aureo del suo essere "uccel di bosco" dalla giustizia italiana. Posso dirvi a suo favore che è una delle persone più sensibili e gentili che io abbia mai conosciuto, nonostante i tatuaggi sul collo e una fedina penale lunga quanto un rotolo di carta igienica. Ora A.B. sta in un carcere di massima sicurezza in Italia. E mi ha mandato un suo racconto che vorrei girarvi, un racconto di vita.
Dolce Natal
Quel 25 dicembre il piccolo Andrea aspettò sino all'alba. Finalmente era arrivato il momento tanto atteso! Il momento di correre fino all'albero di Natale. Scendendo le scale, già nella sua testolina immaginava il lucicchio dei pacchi adornati dai fiocchi blu, rossi e gialli. Arrivato sotto l'albero però, la sorpresa fu amara: non c'era niente che potesse assomigliare ad un regalo. Perdipiù, i biscotti ed il bicchiere di vino lasciati la sera precedente perchè Babbo Natale si rifocillasse, erano ancora lì. Con le lacrime agli occhi, il bimbo spalancò la camera da letto della madre e si gettò su di essa strattonandola per svegliarla. Una bottiglia di vermouth rotolò per terra. Il bambino gridò piangendo convulsamente: "mamma, mammina, perchè Babbo Natale non è passato? Io quest'anno sono stato buonissimo, perchè? Perchè?"
La madre aprì un occhio stravolto dalla sera precedente passata ad ingollare Tavernello e Martini. Dopo essersi pulita la bava secca dalla bocca prese il bambino e sorridendo gli disse: "Tesoro mio, Babbo Natale xè scampà co na troia de ventiquatro anni"